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Il fenomeno dei Graffiti tag è sicuramente controverso.

Per alcuni sono opere d’arte. Per molti cittadini qualcosa che deturpa le loro proprietà e le città. Per gli autori – dicono i sociologi – un segno di autodeterminazione. Per la Contea di Orange un costo di pulizia da 5 milioni di dollari (per il Ministero della Giustizia statunitense è una sberla da una decina di miliardi di dollari l’anno a livello nazionale). Per lo Sceriffo di Orange County un problema da risolvere.

Come fare? Inventando il TAGRS, il Tracking and Automated Graffiti Reporting System un sistema che coinvolge cittadini e rappresentanti della legge per ‘taggare’ i ‘tag’ dei graffitisti.

Una richiesta di delazione informatica al servizio della legge grazie a un’applicazione per smartphone Android che geolocalizza, scheda e invia le informazioni a un database.

Uno strumento utile alla cittadinanza per segnalare la posizione, le dimensioni del graffito e inviare la sua immagine; utile alla polizia per identificare i colpevoli grazie ai dati presenti nel db (incrociando tecnica, moniker e trend di realizzazione dei graffiti); utile ai contractors che si occupano della pulizia dai tag, che possono determinare immediatamente il colore utile per coprire il tag e a quantificarne il costo e la mano d’opera necessaria.

Il programma TAGRS (anche su Facebook nella pagina del suo creatore) ha avuto successo. Ha castigato writers recidivi, ridotto i costi di pulizia ma soprattutto l’interesse dei giovani in questa pratica, lo dice il Magazine del Dipartimento dello Sceriffo di Orange County. La storia di tutto il programma è invece in The OC Sheriff Blog.

Nel marzo 2011 anche la Polizia di Los Angeles ha aderito al programma. A quando l’adesione (o la replica) di qualche città italiana?

Occhio ragazzi!

Se volete invece taggare oggetti e pareti senza creare nessun danno, c’è un’App creata dal canale televisivo inglese Channel 4!

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RockCorps è un progetto tanto bello quanto semplice: basta fare 4 ore di volontariato per la propria comunità per avere in cambio biglietti gratuiti per concerti esclusivi.

Questo in sintesi è quello che si è inventata la production Company pro-social (pro come a favore di e social come socialmente utile) RockCorps, nata negli Stati Uniti nel 2005 e che si prefigge di usare la musica per ispirare le persone e coinvolgerle all’interno delle loro comunità.

Nel 2008 RockCorps è sbarcata in UK, nel 2009 in Francia e nel 2010 in Israele. Negli anni è stata sostenuta economicamente da Boost Mobile negli Stati Uniti e Orange nelle tre nazioni in cui è presente. In UK è stata sponsorizzata da Sony-Ericcson il primo anno per poi lasciare il passo a Blackberry.

Con le sponsorizzazioni e l’expertise di produzione musicale, RockCorps è riuscita a organizzare dal 2005 una trentina di concerti e gig esclusive con artisti di primo piano, come Lady GaGa, David Guetta, Lil Wayne, T.I., Akon, Nelly, Nas, Snoop Dogg, Kanye West, Young Jeezy, Korn, N-Dubz e Vampire Weekend. Questi concerti hanno rappresentato i premi per 80.000 persone che nel corso degli anni hanno regalato le proprie 4 ore di volontariato.

Ma chi è che coordina i volontari e concretizza i progetti sociali? RockCorps collabora da sempre con comunità locali e associazioni no profit che riescono a farlo perfettamente grazie alle loro capacità organizzative e alla conoscenza del territorio.

Il sito aiuta tutti i processi organizzativi e permette ai membri della community di essere informati, di interagire, di restare in contatto e addirittura di scegliere i progetti da realizzare.

Un perfetto mix di online e di offline, una grande idea che fa funzionare il volontariato e lo rende notiziabile.

E’ proprio vero che “Give, Get given” e che anche così si può cambiare il mondo.

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Il canale You Tube di Orange RockCorps è invece qui.

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Il Consumo collaborativo è un modello economico basato sull’accesso a beni e prodotti tramite la condivisione, il baratto, il prestito, il cambio e lo scambio, la locazione, la donazione e il noleggio anzichè sul loro possesso in esclusiva.

Da sempre l’uomo condivide, riusa, dona. Le lavanderie a gettone esistono in Italia da poco, ma biblioteche, mercatini e raccolte di vestiti usati esistono da parecchio, come i noleggi di furgoni o il time-sharing (multiproprietà) di appartamenti in località balneari. Ma è solo da pochi anni che, grazie alla tecnologia, il consumo collaborativo ha avuto una totale ridefinizione e un’accellerazione nelle abitudini dei consumatori.

Grazie a Internet abbiamo visto nascere piattaforme dove rivendere regali sbagliati, prestare un posto sul divano, organizzare servizi di bike sharing e le banche del tempo, ma è grazie al peer-to-peer e alle sue communities, che il Consumo collaborativo è diventato un fenomeno globale. E anche più remunerativo.

Questo e molto altro lo sostengono Rachel Botsman e Roo Rogers nel libro What’s Mine Is Yours: The Rise of Collaborative Consumption, dove hanno analizzato il fenomeno, ma soprattutto i numeri del Consumo partecipativo, un fenomeno che sta esplodendo e che nel marzo 2011 Time ha definito come una delle 10 idee che cambieranno il mondo.

Nel video che segue, i presupposti della ricerca, i casi e i numeri di realtà come Zipcar (e il suo noleggio peer-to-peer di utensili), Freecycle (e il riutilizzo di beni come alternativa alla discarica, il collaborative lifestyle di Thredup (dove si scambiano i vestiti dei bambini che crescono sempre troppo in fretta) e addirittura il noleggio temporaneo di terra coltivabile da parte di chi non la usa a chi ne ha necessità.

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E’ sorprendente e incoraggiante scoprire che grazie alla tecnologia e al cambio di mentalità – e magari anche ai gruppi di acquisto solidale – negli Stati Uniti i Farmer’s Market sono di nuovo 1000 più dei Wallmart. E che la community di Couchsurfing sia diventata il sito di ospitalità più visto della rete con 40 milioni di pagine al giorno ma soprattutto il 99,797% di riscontri positivi all’ospitalità di perfetti sconosciuti.

Condividere è contagioso: nell’infografica che segue (clicca per ingrandire) c’è la dimostrazione di come negli anni si siano moltiplicate le realtà che ruotano attorno a progetti partecipativi e al Consumo collaborativo e quanto grande sia diventato il coinvolgimento delle persone.

Il sito dedicato al libro What’s Mine Is Yours: The Rise of Collaborative Consumption è diventato in breve tempo un punto di riferimento per questa filosofia al punto da creare un vero e proprio movimento. Gli autori, grazie al CC Lab, sono disponibili a collaborare a progetti che coinvolgono i clienti (dalle start up ai major brand e ai servizi pubblici) per realizzare soluzioni e marketplace basati sulle idee del Consumo collaborativo. Chi sarà il primo ad approfittarne?


Ohm Force è una software company parigina specializzata nella realizzazione di audio tools (plug-ins) per la produzione musicale. Dal 2001, anno di nascita della company, hanno realizzato tools utilizzati per le produzioni di Depeche Mode, Chemical Brothers, Nine Inch Nails, Prodigy, Groove Armada e di migliaia di altri musicisti in studi sparsi in tutto il mondo. I nomi dei tools a me non dicono molto, ma magari a alcuni di voi si: Ohm Boyz delay, Ohmicide:Melohman distortion, Quad Frohmage filter e Symptohm:Melohman synth.

Sulla base di questa esperienza, la diffusione delle piattaforme partecipative e del lato sempre più sociale della musica, Ohm Force ha lanciato nell’aprile 2010 il software Ohm Studio e un nuovo concept, creando la prima real time collaborative music production workstation. Un’applicazione più una community, dove persone di ogni parte del mondo, possono collaborare in tempo reale alla produzione di un brano musicale.

Ogni membro della community condivide i propri skills, i propri gusti musicali e si fa conoscere per diventare un musical partner e rispondere alla richiesta di collaborazione da parte di un altro membro/producer impegnato nella produzione di un brano e dargli una mano, suonando lo strumento richiesto o cantando le parti previste.

Nel video a seguire è tutto descritto alla perfezione.

La forma collaborativa della community e la facilità d’uso del software, unito all’altissimo livello di tecnologia, fanno di Ohm Studio molto più di un Concept rivoluzionario. Davvero un nuovo modo di intendere la musica.

Attualmente Ohm Studio è ancora in beta test; se lo volete provare e creare assieme alla sua community il prossimo tormentone estivo, cliccate qui.