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L’attività della Croce Rossa è l’esempio evidente di come l’aiuto che può offrire un’associazione alla sua comunità sia direttamente proporzionale al numero dei volontari che riesce a coinvolgere.

Per aumentare la notorietà delle attività che vengono svolte quotidianamente e per reclutare nuovi volontari, la Croce Rossa Brasiliana dello stato di São Paulo e l’agenzia Ageisobar hanno deciso di realizzare un film di 3 minuti dal grande impatto emotivo.

Ma come simboleggiare l’aiuto che ogni persona può dare? Coinvolgendo nella realizzazione del film di animazione 8 famosi artisti brasiliani: volontariato e crowdsourcing hanno molto in comune.

Il film d’animazione racconta la storia di un ragazzo e del suo cane.
A seguito di una tempesta la loro casa prende fuoco, finiscono in mare e vengono separati dagli eventi. Ma dopo varie peripezie vengono entrambi salvati da una serie di personaggi fantastici che aiutano ragazzo e cane a rincontrarsi e a ricostruire la propria casa.

Gli artisti coinvolti (Clan vfx, Manoel Quiterio, Lambuja, Eli, Gra Mattar, Fernanda Guedes, Sone e Techno Image) hanno disegnato i personaggi che simboleggiano nel corso della storia l’aiuto che ognuno può dare alla Croce Rossa, esattamente come hanno fatto loro per la riuscita del film.

Buona visione!

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Grazie all’ottimo blog Follia Creativa per la segnalazione.

Credits. Cliente: Cruz Vermelha Brazil (São Paulo). Agenzia: Ageisobar (São Paulo). Creative Director: Carlos Domingos. Art Director: Henrique Mattos. Copywriter: Daguito Rodrigues. Agency Producer: Juliana D’Antino. Production: André Pulcino. Director: Luciano Neves. Production Company: CLAN vfx. Music e Sound Design: Happy Together Musica.

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new-york-write-itself-_-8-million-protagonists---Village-Voice---NYC---via-partecipactiveChi non conosce The Village Voice, il free-magazine che ogni settimana segnala e documenta ciò di interessante sta succedendo a New York City? Chi non lo ha consultato nei suoi soggiorni nella Grande Mela?

Personalmente mi ricorda l’annuncio (qui) che venne pubblicato in un Village Voice del 1973 quando Gene, Paul e Peter erano alla ricerca della chitarra solista per la Band che sarebbe diventata i Kiss; dopo una sola audizione scelsero il dannato Ace Frehley, il mio chitarrista preferito, ma questa è un’altra storia!

village_voice_building-via-wikimedia

Fino a prima di questo progetto nel Voice c’era ben poco di partecipativo oltre agli annunci personali, ma la fama di magazine capace di catturare the real and uncensored voice of New York City e dei suoi abitanti è sempre stata fuori discussione.

Per provare questo brand positioning e per coinvolgere i propri lettori, il magazine insieme all’agenzia Leo Burnett New York, ha deciso di puntare tutto sui branded contents, i contenuti creati dagli utenti su indicazione di un marchio, creando un’originale iniziativa che li ha coinvolti nel territorio da loro preferito: arte e cultura.

Da questi presupposti è nato il website New York Write Itself, che ha dato vita in modo partecipativo a 8 Million Protagonists, una commedia off-Broadway scritta da chi vive le strade di New York City.

Guardiamo la video case.

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La commedia, realizzata in modo partecipativo attravero il sito NewYorkWriteItself.com ha coinvolto i cittadini nella creazione di contenuti che sono diventati i temi del live show in scena al 9th Space Theatre.

Il sito dedicato ha avuto più di 2 milioni di visitatori unici, 84 articoli pubblicati su importanti testate (tra cui New York Times, Fast Company, Playbill e New York Theater Review), il traffico al sito VillageVoice.com è aumentato del 20% e lo spettacolo è stato sold out per tutte le rappresentazioni. Ma ha anche raccolto 20.000 dollari che sono stati donati alle vittime dell’uragano Sandy.

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Fonte: newyorkwritesitself.com, Wikimedia e materiali pubblicati dall’agenzia in occasione del 60° Festival di Cannes dove il progetto ha vinto un Bronze Lion nella categoria Branded Content & Entertainment Lions.

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Inside Out Project è un progetto d’arte partecipativa su larga scala, che trasforma messaggi di identità sociale, in opere da esporre nelle città.

Ogni persona viene invitata fotografarsi in bianco e nero, da sola o in gruppo, nel luogo nel quale vivono. Inviare la foto al sito e ricevere a casa propria una stampa da affiggere nella propria comunità affinchè il mondo possa vederla.

Le motivazioni per partecipare sono tante e diverse: dimostrare amore, pace, diversità, ambiente, giustizia, gioco, speranza, dignità, comunità, futuro, oppure semplicemente farsi notare. Come è per i progetti realizzati con i ragazzi di Haiti o gli abitanti degli slum di Nairobi o le favelas di Rio, che sembrano dire dai tetti delle loro case: “Hey, sono qui” oppure “Guardami, non sono cattivo” dai ritratti sul muro che separa Israele dalla Palestina.

Le origini del progetto: JR le photograffeur.

JR owns the biggest art gallery in the world. He exhibits freely in the streets of the world, catching the attention of people who are not the museum visitors. His work mixes Art and Act, talks about commitment, freedom, identity and limit”.

JR (qui la pagina su Wikipedia, qui invece il suo sito) è un artista e fotografo francese, nato nel 1983 e dall’identità sconosciuta. Si descrive come photograffeur, un mix tra un graffitista e un fotografo, ma è in realtà un artista affermato che ha già frequentato alcune tra le più importanti gallerie d’arte del mondo.

Ha iniziato a 17 anni (nel 2000) frequentando la scena dei graffiti parigina esprimendosi con opere di Flyposting, tecnica della quale è maestro indiscusso. Come ogni artista, JR ha iniziato con opere personali. C’è un video che lo ritrae tra il 2000 e il 2003, quando l’artista è già vicino alle tematiche sociali, ma ha ancora l’atteggiamento del writer suburbano.


Via via nel corso degli anni, le opere di JR si evolvono insieme alla sua poetica.

JR incomincia a farsi coinvolgere sempre di più dalle persone. Viaggia, visita i luoghi dove vivono, passa del tempo con loro. Si fa colpire dalle loro storie, li ritrae con la macchina fotografica, stampa, si fa aiutare per incollare le foto nelle città e creare opere che parlano di chi le abita. Li aiuta a farsi vedere, notare, scoprire.
Quasi sempre sono luoghi difficili, ma non è strano per uno che viene dalle banlieux.

Nell’ottobre del 2010 JR vince il TED Prize, il premio dato alle idee degne di essere diffuse e utili a cambiare il mondo. Con i 100.000 $ ricevuti, JR, dà il boost al progetto Inside Out.

Ecco il suo speech al TED 2010: “Use art to turn the world inside out”.

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La piattaforma tecnologica: il sito come centro di tutto.

I wish for you to stand up for what you care about by participating in a global art project, and together we’ll turn the world…INSIDE OUT’

Nessun progetto partecipativo può vivere con grandi numeri al di fuori del web e Inside Out ne è la dimostrazione. Solo con una piattaforma digitale articolata, si può coinvolgere il maggior numero di persone possibile e uscire finalmente dai quartieri.

Dal sito/epicentro (qui), il progetto si propaga agli angoli del mondo. Da qui il progetto viene realizzato, documentato e messo a disposizione di tutti, ma non solo. Funziona anche come luogo di aggregazione di iniziative stand-alone o per creare diversi livelli di coinvolgimento con i fan, come donare un muro, ospitare un photoboot, aiutare per il film su Inside Out (rimarco l’attenzione sulla documentazione) ma anche fare una donazione o aiutare JR in altri progetti.

Ad oggi Inside Out ha ricevuto 75.189 fotografie, distribuite in 8.896 location diverse, per 4.370 progetti attivati. Sono numeri di tutto rispetto e che ci danno una visione globale della diffusione dell’opera d’arte collettiva e del suo successo.

Successo al quale ha sicuramente contribuito la naturale diffusione virale dell’opera da parte dei partecipanti stessi. Lo possiamo capire dalle foto taggate su Flickr (dove ho scoperto quelle della bambina Rachel), dall’attività nella pagina di Facebook e dalla miriade di foto su Google Images postate dagli utenti.

Essere co-autori non è solo un reward, è sentirsi parte attiva di un progetto comune.

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Le immagini sono tratte dal sito di JR e da quello di Inside Out, oltre che dal profilo Flickr di Marie A.-C.  I video sono tratti dal canale YouTube di Inside Out Project. Il copyright della foto di JR è James Duncan Davidson / TED.

Amazon Mechanical Turk (MTurk) è un internet marketplace, un sito collaborativo dotato di un’interfaccia programmabile, che permette agli sviluppatori di incorporare l’intelligenza umana nelle loro applicazioni. Queste operazioni vengono affidate in crowdsourcing alle persone iscritte alla piattaforma dietro compenso.

Il lato umano che si nasconde dietro la macchina.

Amazon Mechanical Turk (qui) è stato creato da Amazon a uso degli sviluppatori dell’omonimo sito di commercio elettronico per risolvere quesiti che non possono essere affidati a un computer e necessitano dell’intelligenza umana.

Questi task sono definiti HITs (human intelligence task) e nella piattaforma ce ne sono centinaia di migliaia.
Qualche esempio: qual’è la miglior foto tra le 5 proposte per presentare un prodotto? Chi sono i musicisti che suonano in un dato CD? Qual’è la migliore categoria per un dato item?

E’ ovvio che una macchina, non può decidere cos’è la bellezza ma nemmeno la definizione più giusta o riconoscere l’esecutore di un assolo di chitarra. E’ a questo punto che intervengono le persone iscritte alla community che sono chiamate Workers (ma Providers nei termini di servizio) e la loro intelligenza. Chi chiede il loro intervento sono i Requester; all’inizio erano gli sviluppatori di Amazon, poi la piattaforma è stata aperta anche all’esterno. Ogni azione accettata dai Requester viene ricompensata, da pochi centesimi – per le operazioni più semplici e che necessitano di minor tempo – ad alcuni dollari per quelle più complesse.

L’elenco dei 387,388 task ad oggi e il valore di ogni singola azione li trovate qui. Se volete invece scoprire tutto quello che la piattaforma può fare per voi, lo trovate qui.

Ma da cosa nasce il nome Amazon Mechanical Turk?

Nasce da Il Turco, un automa creato da Wolfgang von Kempelen nel 1769 e che teoricamente avrebbe dovuto simulare un giocatore di scacchi. In realtà si trattava di un imbroglio colossale perchè era solo un automa manovrato al suo interno da un giocatore umano tramite dei magneti. Maria Teresa d’Austria, ma anche Napoleone ed Edgar Allan Poe, ne furono affascinati. E ingannati!
Se volete conoscere tutto su Il Turco andate su Wikipedia (qui).

Mai nome di piattaforma fu più giusto. Soprattutto se si parla di lato umano al servizio dei sistemi informatici!

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Il crowdsourcing marketplace al servizio della creatività di Aaron Koblin.

Aaron Koblin (qui il suo sito) è il creativo che ha realizzato insieme a Chris Milk il video interattivo degli Arcade Fire The Wilderness Downtown per dimostrare le potenzialità dell’html5 (qui), ma anche il progetto-tributo dedicato a Johnny Cash di Ain’t No Grave (qui).

Aaron è sicuramente uno dei più grandi digital media artist al mondo e una persona che sa usare i media digitali e Internet per creare grandi opere d’arte. Se volete sapere di più su di lui, oltre al suo sito, c’è sempre Wikipedia (qui).

Aaron ha utilizzato a scopo creativo le risorse di Amazon Mechanical Turk molte volte. Qui c’è un esempio di uno dei primi esperimenti.

La particolarità di questi progetti è la frammentazione dell’intervento richiesto. Rispettando in pieno la filosofia del crowdsourcing, l’intero lavoro viene suddiviso in piccole parti. Solo alla fine, tutti questi frammenti, completeranno l’opera finale e chi ha partecipato avrà visione di ciò che ha contribuito a realizzare.
A volte Aaron ha dichiarato l’intento sin dall’inizio (come nel caso di Ain’t No Grave (qui), altre volte, come nei due casi a seguire, solo a opera terminata.

Nel 2006 ha utilizzato la piattaforma di Amazon per realizzare The Sheep Market (qui il sito), quando ha chiesto ai workers della piattaforma di Amazon di disegnare 10.000 pecore “facing to the left” pagando 0.02 $ per ogni disegno per realizzare la sua opera digitale. E’ curioso che solo due dei workers abbiano chiesto a cosa servivano i loro disegni.
Altri materiali su questo progetto, compreso un video dell’installazione, li trovate qui

Nel 2009 ha coinvolto i membri del marketplace per realizzare Bicycle built for two thousand.

Ma prima di vedere il video che spiega l’operazione/opera d’arte, conosciamo la fonte di ispirazione e una curiosità.

Daisy Bell (Bicycle Built for Two) è una composizione musicale di Harry Dacre composta nel lontano 1892. Ma è anche la prima canzone cantata da un computer.
Nel 1961, l’IBM 7094 divenne il primo computer cantante porprio grazie a questa canzone. I vocals furono programmati da John Kelly e Carol Lockbaum mentre l’accompagnamento fu programmato da Max Mathews.
Ecco la versione originale:

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In una scena di Odissea nello spazio (sicuramente un’omaggio all’IBM 7094), quando HAL 9000 incomincia a ribellarsi, lo fa canticchiando Daisy Bell:

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Forse a partire da tutto questo, Aaron Koblin (con Daniel Massey) ha realizzato nel 2009 Bicycle built for two thousand, un esperimento di crowdsourcing che ha coinvolto 2.088 voci registrate via Amazon’s Mechanical Turk. Nel video che segue la spiegazione di tutto il progetto e la sua meccanica:

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Gli interpreti, come capita spesso nelle opere di Aaron, non conoscevano l’uso delle loro interpretazioni. Ancora un esempio di opera d’arte collettiva ma senza la consapevolezza a priori degli interpreti, come è nei remix di Kutiman (su Partecipactive ne ho parlato qui). Ancora un esempio di come sia impossibile, senza un grande regista, creare grandi progetti corali.

Nel sito di Bicycle built for two thousand (qui) potete giocare con la canzone, sia nella versione umana, sia con quella del computer.

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Le immagini sono tratte da Wikipedia e dai siti citati nell’articolo.

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