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Guide Dots è un’applicazione gratuita in grado di aiutare i non vedenti a scoprire il mondo attorno a loro.

L’App audio-based, è stata creata per essere un complemento multimediale al cane guida e al classico bastone bianco. L’obiettivo è quello di rendere più indipendenti ciechi e ipovedenti, che passaggiando per i luoghi urbani della loro città, possono essere raggiunti da diversi tipi di suggerimenti sia commerciali sia user generated.

Ovviamente grazie al loro smartphone che interfaccia informazioni provenienti da Google Maps e Facebook Places, con i suggerimenti degli utenti.

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I suggerimenti dei membri della community (luoghi degni di nota, descrizioni, suggerimenti, percorsi, ma anche segnalazione di pericoli o  la posizione dei bagni all’interno di un locale) vanno a creare un enorme database che cresce con la community stessa. Una vera e propria walking guide di ogni città del mondo creata in modo partecipativo.

Guide Dots (qui il sito) è un progetto realizzato da VML in collaborazione con Y&R Singapore e UDKU Australia e ha rappresentato un vera sfida per information architect e interface designer. L’estetica dell’app, la sua interfaccia e in generale l’experience design – secondo le parole dell’Executive Creative Director di VML – hanno rappresentato l’aspetto da superare:

This project really gave us a whole new perspective about interface design and aesthetics. How do you design for an audience living with low vision or complete blindness? We had to consider high contrast color choices for those with limited sight and designing within smartphone accessibility best practices like navigating with touch and audio. ‘Does it look pretty’ no longer played a key role, while experience design was more critical than ever.”

La video-case che segue mostra in dettaglio i meccanismi complessi di questa App, che non è la prima dedicata ai non vedenti (ricorderete Project Third Eye), segno che il mondo del mobile può rappresentare il vero punto di svolta per l’indipendenza dei non vedenti.

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Informazioni, Videocase e immagini di Guide Dots, tratte dal sito ufficiale, dalla pagina di Guide Dots su Android Play e dal sito di VML.

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Have you ever tried to convey the feeling of walking through your favorite park? Or have you wanted to create a virtual tour of your business to attract customers? Well, starting today, it’s now possible for you to build your own Street View experiences to do just that”.

Evan Rapoport, Google Maps Product Manager

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Dove la flotta di Google Car non arriva, arrivano le persone. A piedi, in bici, con intenti naturalistici o speculativi, da oggi chiunque può contibuire ad arricchire di immagini Google Street Views.

Lo ha annunciato pochi giorni fa in un post nel blog ufficiale (qui) Evan Rapoport, Product Manager di Google Maps. Per rendere tutto questo possibile Google ha regalato una nuova feature alla sua community appassionata di foto sferiche e ha reso il processo di pubblicazione da parte degli utenti delle foto su Street View il più facile possibile.

Usando un qualsiasi device Android e l’App Photo Sphere, chiunque può pubblicare su Street View una sequenza di immagini che restituiranno un incredibile panorama o un percorso tra le bellezze della propria città. La novità è che il processo di upload è diventato semplicissimo grazie all’interfaccia intuitiva che collega le singole immagini alla mappa creando un insieme definito Constellation.

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Con questa novità su Street View, Google continua a mappare il mondo con foto sempre più dettagliate. Le nostre.

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Fonti: TechnoBuffalo, Crowdsourcing.org, GoogleMaps blog.

E’ stato lanciato il 26 giugno il progetto Build with Chrome, un grande progetto partecipativo di co-creazione in 3D che vede (ancora una volta) protagonista i mattoncini LEGO.
Il futuro di questo brand sta passando davvero dalla co-creazione e dall’innovazione, soprattutto nei media digitali (come ho già scritto qui) ed un esempio è questo recente progetto, semplice ed efficace.

Ma vediamo il video di presentazione:

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Dal video non si capisce molto, sarete d’accordo con me, è solo un video promo.

Quello che ci manca per capire perchè questo è un vero progetto collaborativo è perchè prima non sarebbe stato possibile ce lo spiega Lockey McGrath, Product Marketing Manager di Google Australia e Nuova Zelanda:

Build may look simple, but this collaborative 3D building experience would not have been possible a couple of years ago. It shows how far browser technology has come and how the web is an amazing platform for creativity. We made the bricks with WebGL, which enables powerful 3D graphics right in the browser and demonstrates the upper limit of current WebGL graphics performance.  We then mixed in Google Maps (another Aussie invention) so you can put your creation in a LEGO world alongside everyone else’s.

Nonostante il video che non spiega le intenzioni dei creatori, il progetto ha impegnato Google Chrome e LEGO Australia per diversi mesi e fa parte di uno dei tanti Chrome Experiment (qui li trovate tutti).
E’ comunque l’unico che punta a creare la più grande costruzione virtuale realizzata con i LEGO con 8 trilioni di mattoncini a disposizione! E se tutto questo sarà possibile sarà solo grazie alla collaborazione.

Ma torniamo appunto a noi. Il primo obiettivo del progetto è dimostrare che ogni monumento, casa, ponte, cittadino, animale, auto (ma anche un castello medievale, un mostro sorridente o un cursore gigante) può essere realizzato con i LEGO; quello invece di Google Chrome è dimostrare che grazie alla grafica 3D, il browser è qualcosa di più evoluto e potente rispetto al passato.

Sono andato quindi nel sito (qui) utilizzando Chrome come browser ed ho cliccato su Build.

Ecco cosa è successo. Mi è stato assegnato un appezzamento di terra e grazie a un tool davvero ben fatto ho incominciato a costruire.
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Mi sono fermato subito, ma se volete un esempio di come funziona il tool guardate il video che segue. Sicuramente avrei voluto costruire un ponte, ma nel mio appezzamento, neanche un fiume…

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Le costruzioni più fantasiose vengono pubblicate settimanalmente anche nella pagina di Google+ di Google Australia (qui).

In futuro probabilmente il progetto sarà esteso a tutto il mondo e chiunque di noi potrà costruire un progetto reale o di fantasia nella zona del mondo che preferisce.

Attendiamo. Chi vivrà, costruirà!

La rete è il luogo ideale per progetti cinematografici partecipati dagli utenti. Sempre più spesso si tratta di crowdsourcing dedicato al finanziamento di film indipendenti, altre volte gli spettatori vengono coinvolti nella costruzione dello storytelling, come in questo caso, dove i fan di una storia ne divengono totali protagonisti senza dover recitare!

Gli sciacalli di thejackal, un’irriverente gruppo di videomaker indipendenti napoletani, si sono inventati una web serie dove sono gli utenti a decidere il proseguimento e i contenuti della storia stessa.
Si tratta di Lost in Google, dove quello che succederà, verrà deciso basandosi sui commenti nel sito, nel canale YouTube e nella fan page di Facebook dedicate alla web serie.

Volete che la protagonista mangi una banana nella prossima puntata? Volete che intervenga Caparezza? Dite la vostra, gli sceneggiatori vi seguiranno.

Gli utenti decidono e influenzano il soggetto in modo interattivo: dai commenti più articolati a quelli più più banali o provocanti. Sono le persone che decidono come andrà avanti la storia.

Il punto di partenza è nell’episodio zero di Lost in Google, quando la bella Proxy Riccio, chiede all’interprete principale Simone Ruzzo:

Hai mai provato a cercare Google su Google?”

Simone lo fa e da quel momento inizia un fantasy cibernetico dove si ritrova all’interno di Google e della rete stessa senza possibilità di uscirne.
Ci sono citazioni a ogni tipo di contenuto presente in rete: dai banner Sei il milionesimo visitatore, hai vinto! a YouPorn, a Google Maps, a YouTube, ai meme e persino alle star italiane di YouTube (Claudio Di Biagio è coprotagonista nell’episodio #1, Guglielmo Willwoosh Scilla e Maccio Capatonda nei panni di Padre Maronno appaiono nell’episodio #5). Non mancano gli ospiti che rappresentano mondi contigui a Internet, come la musica e la televisione. Nel secondo episodio compare Caparezza e nel terzo Patrizio Rispo di Un posto al sole e Roberto Giacobbo. Tutti rigorosamente richiesti dai fan della serie.

Gli episodi (con numero di views davvero notevole) sono 6, più il video tutorial con tutte le istruzioni per partecipare, uscito subito dopo il pilot dell’episodio #0 (qui) e alcuni video di backstage che trovate nel canale YouTube di TheJackal (qui).

Nell’intera produzione c’è molta attenzione per la community che si è creata attorno al progetto.
Come avete visto nei frame dalla serie, ogni suggerimento – e ce ne sono davvero tanti – è riconosciuto all’autore riportando il credit e il suggerimento nella scena che ha ispirato.
I migliori commenti sono invece pubblicati in coda a ogni episodio e nell’ultimo diventano addirittura videomessaggi.

La Regia è di Francesco Ebbasta, i Visual FX di Alfredo Felco, la produzione di thejackal.

Buona visione.


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Le musiche sono affidate agli Electrophelia, a seguire il video clip della title track.

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Se volete sapere di più su thejackal, visitate il loro sito (qui), sono gli stessi della webserie Freaks.
Lost in Google prende parte a YouTube NextUp il programma/contest di sviluppo e finanziamento per i partner emergenti di YouTube. Un’intervista agli autori è presente nel post di Marta Capuozzo su Levanteonline.it (qui). Se volete saperne di più sulla web-serie, c’è anche Wikipedia (qui).

Tutte le immagini sono tratte dal sito di Lost in Google.
Grazie a Valentino Caporizzi per la segnalazione.

Tecnicamente Historypin è un archivio online user-generated di foto e documenti storici.

Ma è anche un grande progetto creato per favorire le relazioni inter-generazionali e avvicinare gli anziani all’uso di Internet attraverso un’attività da fare con i giovani.

Memoria, tecnologia, coinvolgimento, condivisione le parole chiave del progetto. Basandosi su precedenti esperienze, l’associazione non profit inglese We Are What We Do (qui trovate l’intero portfolio), ha iniziato questo progetto con la ricerca di un tema di conversazione concentrandosi su precisi obiettivi:

  • To transform the perceived social value of the history of their family, streets, country and world.
  • To bring neighbourhoods together around local history and help people feel closer to the place they live in.
  • To get people from different generations talking more, sharing more and coming together more often.
  • To conserve and open up global archives for everyone to enjoy, learn from and improve.
  • To create a study resource for schools and universities.
  • To become the largest global archive of human history.

We Are What We Do ha immaginato Historypin, una sterminata collezione di fotografie (ma anche di video, audio, storie, documenti) da pinnare su Google Maps, referenziandole nello spazio e nel tempo a iniziare dal 1840.

Nel video che segue una overview dell’intero progetto. Dalla scatola delle fotografie del nonno, alla loro condivisione in un sito affascinante.


Grazie alle fotografie visualizzate nelle mappe di Hystorypin (qui) – anche sovrapposte a Google Maps con Street View – si possono scoprire la storia di luoghi, momenti e persone. Ognuno può creare il proprio viaggio nel tempo e nello spazio, basta inserire il luogo e una data dal 1840 a oggi.

Ma ci sono anche i Tour guidati come quello sulla Beatlemania (qui).


Ognuno è libero di aggiungere le proprie fotografie e partecipare, ma anche oltre 100 istituzioni tra musei, gallerie, archivi e biblioteche hanno messo a disposizione le loro collezioni. Segno che l’invito a partecipare in quello che gli autori vorrebbero diventasse “il più grande archivio globale della storia umana”, non è più solo nelle mani dei singoli utenti.

Se volete imparare ogni cosa di Historypin e magari coinvolgere un immigrato digitale in questa iniziativa, potete fare riferimento ai 16 video tutorial “How to” presenti nel Canale YouTube di Historypin (qui).

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La foto in apertura è di Amit Sha’al. Premiato nel 2011 con il terzo premio, categoria Arts and Entertainment, World Press Photo Contest.

Le altre immagini sono tratte dal sito Historypin.

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