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Il Consumo collaborativo è un modello economico basato sull’accesso a beni e prodotti tramite la condivisione, il baratto, il prestito, il cambio e lo scambio, la locazione, la donazione e il noleggio anzichè sul loro possesso in esclusiva.

Da sempre l’uomo condivide, riusa, dona. Le lavanderie a gettone esistono in Italia da poco, ma biblioteche, mercatini e raccolte di vestiti usati esistono da parecchio, come i noleggi di furgoni o il time-sharing (multiproprietà) di appartamenti in località balneari. Ma è solo da pochi anni che, grazie alla tecnologia, il consumo collaborativo ha avuto una totale ridefinizione e un’accellerazione nelle abitudini dei consumatori.

Grazie a Internet abbiamo visto nascere piattaforme dove rivendere regali sbagliati, prestare un posto sul divano, organizzare servizi di bike sharing e le banche del tempo, ma è grazie al peer-to-peer e alle sue communities, che il Consumo collaborativo è diventato un fenomeno globale. E anche più remunerativo.

Questo e molto altro lo sostengono Rachel Botsman e Roo Rogers nel libro What’s Mine Is Yours: The Rise of Collaborative Consumption, dove hanno analizzato il fenomeno, ma soprattutto i numeri del Consumo partecipativo, un fenomeno che sta esplodendo e che nel marzo 2011 Time ha definito come una delle 10 idee che cambieranno il mondo.

Nel video che segue, i presupposti della ricerca, i casi e i numeri di realtà come Zipcar (e il suo noleggio peer-to-peer di utensili), Freecycle (e il riutilizzo di beni come alternativa alla discarica, il collaborative lifestyle di Thredup (dove si scambiano i vestiti dei bambini che crescono sempre troppo in fretta) e addirittura il noleggio temporaneo di terra coltivabile da parte di chi non la usa a chi ne ha necessità.

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E’ sorprendente e incoraggiante scoprire che grazie alla tecnologia e al cambio di mentalità – e magari anche ai gruppi di acquisto solidale – negli Stati Uniti i Farmer’s Market sono di nuovo 1000 più dei Wallmart. E che la community di Couchsurfing sia diventata il sito di ospitalità più visto della rete con 40 milioni di pagine al giorno ma soprattutto il 99,797% di riscontri positivi all’ospitalità di perfetti sconosciuti.

Condividere è contagioso: nell’infografica che segue (clicca per ingrandire) c’è la dimostrazione di come negli anni si siano moltiplicate le realtà che ruotano attorno a progetti partecipativi e al Consumo collaborativo e quanto grande sia diventato il coinvolgimento delle persone.

Il sito dedicato al libro What’s Mine Is Yours: The Rise of Collaborative Consumption è diventato in breve tempo un punto di riferimento per questa filosofia al punto da creare un vero e proprio movimento. Gli autori, grazie al CC Lab, sono disponibili a collaborare a progetti che coinvolgono i clienti (dalle start up ai major brand e ai servizi pubblici) per realizzare soluzioni e marketplace basati sulle idee del Consumo collaborativo. Chi sarà il primo ad approfittarne?


Ohm Force è una software company parigina specializzata nella realizzazione di audio tools (plug-ins) per la produzione musicale. Dal 2001, anno di nascita della company, hanno realizzato tools utilizzati per le produzioni di Depeche Mode, Chemical Brothers, Nine Inch Nails, Prodigy, Groove Armada e di migliaia di altri musicisti in studi sparsi in tutto il mondo. I nomi dei tools a me non dicono molto, ma magari a alcuni di voi si: Ohm Boyz delay, Ohmicide:Melohman distortion, Quad Frohmage filter e Symptohm:Melohman synth.

Sulla base di questa esperienza, la diffusione delle piattaforme partecipative e del lato sempre più sociale della musica, Ohm Force ha lanciato nell’aprile 2010 il software Ohm Studio e un nuovo concept, creando la prima real time collaborative music production workstation. Un’applicazione più una community, dove persone di ogni parte del mondo, possono collaborare in tempo reale alla produzione di un brano musicale.

Ogni membro della community condivide i propri skills, i propri gusti musicali e si fa conoscere per diventare un musical partner e rispondere alla richiesta di collaborazione da parte di un altro membro/producer impegnato nella produzione di un brano e dargli una mano, suonando lo strumento richiesto o cantando le parti previste.

Nel video a seguire è tutto descritto alla perfezione.

La forma collaborativa della community e la facilità d’uso del software, unito all’altissimo livello di tecnologia, fanno di Ohm Studio molto più di un Concept rivoluzionario. Davvero un nuovo modo di intendere la musica.

Attualmente Ohm Studio è ancora in beta test; se lo volete provare e creare assieme alla sua community il prossimo tormentone estivo, cliccate qui.

Ho potuto toccare con mano le potenzialià del Crowfunding grazie al progetto di 6 ragazzi costaricani, che creato un’innovativo social game (online e mobile), hanno chiesto aiuto al popolo della rete per il definitivo sviluppo dei game Route 140 e Love City.
Del Crowfunding, del suo Manifesto e dei suoi principi, ne ho parlato in questo blog qui e qui.

Se avete guardato il video in apertura avete capito tutto del progetto Tweet Land e ascoltato l’appello dei 6 ragazzi e il loro invito a contribuire tramite la loro pagina su Kickstarter.
Circa un anno fa, infatti, Diego, Nestor, Juan Diego, Andres, Felipe e Alberto hanno inventato una serie di game che giocano con la realtà – che in questo caso si chiama Twitter – che variano a seconda dei tweet postati dagli utenti. In un tweet si scrive “meteora”? Una pioggia di asteroidi si abbatte su una pista automobilistica. Si scrive “hate”? L’arma del secondo gioco sparatutto si carica e alla parola “Love” si può iniziare a sparare.

Immediato, originale, attuale: Tweet Land promette di giocare in modo sempre nuovo senza preoccuparsi delle complicate meccaniche relative allo sviluppo del codice. Ma questa è invece la preoccupazione dei 6 ragazzi, che chiedono aiuto ai futuri utilizzatori per riuscirne a terminare il costoso sviluppo.

Pochi giorni fa hanno addirittura superato il loro obiettivo economico e presto i game saranno disponibili.

Ma come sono riusciti a ottenerlo? Offrendo ai “backers” (i finanziatori) una serie di eccezionali ricompense a seconda del loro contributo, eccole:

Per 5 dollari si può avere in cambio l’applicazione quando sarà terminata, per 25 si può avere il proprio nome tra le statue della Backer’s Monument, per 200 un poster in pixel art e per 1000 creare addirittura un evento nel gioco assieme ai suoi creatori.

Dare (in anticipo) per avere (dopo), non è solo un principio dei progetti sociali, ma anche del Crowfunding.

Avete ancora dubbi?

Kapipal, la piattaforma di crowdfunding italiana creata nel 2009 da Alberto Falossi (docente all’Università di Pisa e consulente per l’utilizzo del Web 2.0 e dei social media in ambito aziendale) presenta nel sito un Manifesto dedicato al Crowdfunding che ne riassume perfettamente i principi:

Fiducia, amici veri e diffusione dell’idea. Figata. Non smetterò mai di sostenere che fiducia e onestà non sono solo alla base del crowfunding, ma di tutte le attività sociali via Internet.

Kapipal può accogliere proposte di finanziamento di qualsiasi tipo di progetto – ovviamente deve essere legale – e si è specializzato nel tempo in progetti personali, dalla lista nozze alla raccolta di fondi per un’operazione medica.

E’ proprio l’aspetto personale ha messo in evidenza Kapipal tra le piattaforme di Crowfunding. La sua funzione si esprime soprattutto in un network locale, dove si conoscono le persone e ci si fida di più, come da punto 4 del Manifesto e base dei fondamenti di Crowdfunding.

Come si evince dal naming, i fondi vengono raccolti tramite PayPal e anche questa, è una buona idea.

Se volete approfondire, del Crowfunding ne ho parlato anche qui.

Il Crowdfunding è descritto come un processo di cooperazione collettiva da parte di un gruppo di persone che finanziano con il proprio denaro gli sforzi, i bisogni, le idee di persone e organizzazioni.
Ovviamente per ottenere i finanziamenti, oltre ad avere una buona – o nobile idea; bisogna suscitare attenzione per il progetto e fare in modo che gli altri abbiano fiducia di noi. Se no chi ci finanzia?

Spesso il Crowdfunding è stato di supporto all’arte – soprattutto cinema e musica indipendente – e alle tragedie umanitarie. Ma ha anche finanziato start-up innovative, campagne politiche, progetti di ricerca, creazione di software, nuovi giornali e addirittura piattaforme di Crowdfunding, come l’italiana Eppela, appena nata.

Ma facciamo un passo indietro. I primi ad utilizzare il Crowfunding come supporto a progetti artistici sono stati i fans americani della band Marillion (una delle mie band mitiche, anche loro sempre vicini a nuove tecnologie e nuovi linguaggi), che nel 1997 hanno finanziato un intero tour raccogliendo 60.000$ via Internet. Il sistema ha funzionato così bene che con questo metodo la band inglese ha iniziato a produrre tutti i suoi album, chiedendo semplicemente alla band di comprarlo in anticipo. Così sono stati prodotti Anoraknophobia, Marbles e Happiness Is the Road, per quest’ultimo album, “nel mese di luglio 2008 una versione del debut single Whatever Is Wrong with You venne offerta in download gratuito dai Marillion e fu oggetto di un’originale trovata promozionale: i fans avrebbero potuto vincere 5000 sterline realizzando uno o più video ispirati al brano e caricandoli su YouTube. Il premio sarebbe stato attribuito al video più visto dagli utenti”. Wikipedia parla di trovata promozionale, i Marillion, voglio sperare, pensavano al coinvolgimento dei propri fan per la realizzazione del video che sarebbe diventato poi “ufficiale” grazie al loro endorsement. E una giusta ricompensa.
Nel 2004 è stato per la prima volta utilizzato nel cinema, raccogliendo sempre via Internet i fondi per la realizzazione del film francese Demain la Veille (Waiting for Yesterday) e del documentario americano The Age of Stupid.

Visto che Internet era il luogo ideale per la realizzazione di raccolte di fondi, incominciarono a nascere piattaforme online a questo scopo. E qui la storia diventa recente.
Attualmente di queste piattaforme ne esistono diverse, con caratteristiche e modalità differenti. Le più note sono la canadese Ulule, Kickstart, le italiane Kapipal e Eppela, ma anche Fundable e Chipin (tutte queste offrono i propri servizi in cambio di una percentuale), Prosper (che si basa sul principio del microlending) Kiva e Firstgiving (che si occupano del microfinanziamento di progetti nei paesi in via di sviluppo). Dall’Italia arriva anche YouCapital che finanzia progetti di ricerca di giornalisti e blogger. Causes invece è legata al mondo di Facebook ed ha realizzato oltre 300mila progetti soprattutto nel sociale.

Tutte le piattaforme si basano su semplici principi: spiegare il progetto alle persone (e qui intervengono i social network e le iniziative personali per promuovere i progetto), decidere quanto serve per finanziare il progetto motivandolo, e decidere una data oltre la quale la raccolta fondi deve considerarsi conclusa. E non cancellare mai il contenuto della richiesta di finanziamento.

Quello che mi piace del Crowdfunding è il reward riconosciuto alla community – a meno che non si tratti di charity – perchè c’è sempre qualcosa di speciale in cambio. Le band offrono brani in anteprima o edizioni speciali del disco, i filmaker la prima, gli sviluppatori di game o applicazioni per il mobile offrono oltre l’anteprima dei loro prodotti, addirittura apparizioni speciali dei donatori nei propri prodotti. E così via, ma ne riparleremo.

La rete è dare e avere, il crowsourcing rende questo visibile e palpabile. Quindi, se abbiamo un idea per la testa ma non abbiamo i fondi per realizzarla, perchè non chiedere l’aiuto degli altri?