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Il Crowdfunding è descritto come un processo di cooperazione collettiva da parte di un gruppo di persone che finanziano con il proprio denaro gli sforzi, i bisogni, le idee di persone e organizzazioni.
Ovviamente per ottenere i finanziamenti, oltre ad avere una buona – o nobile idea; bisogna suscitare attenzione per il progetto e fare in modo che gli altri abbiano fiducia di noi. Se no chi ci finanzia?

Spesso il Crowdfunding è stato di supporto all’arte – soprattutto cinema e musica indipendente – e alle tragedie umanitarie. Ma ha anche finanziato start-up innovative, campagne politiche, progetti di ricerca, creazione di software, nuovi giornali e addirittura piattaforme di Crowdfunding, come l’italiana Eppela, appena nata.

Ma facciamo un passo indietro. I primi ad utilizzare il Crowfunding come supporto a progetti artistici sono stati i fans americani della band Marillion (una delle mie band mitiche, anche loro sempre vicini a nuove tecnologie e nuovi linguaggi), che nel 1997 hanno finanziato un intero tour raccogliendo 60.000$ via Internet. Il sistema ha funzionato così bene che con questo metodo la band inglese ha iniziato a produrre tutti i suoi album, chiedendo semplicemente alla band di comprarlo in anticipo. Così sono stati prodotti Anoraknophobia, Marbles e Happiness Is the Road, per quest’ultimo album, “nel mese di luglio 2008 una versione del debut single Whatever Is Wrong with You venne offerta in download gratuito dai Marillion e fu oggetto di un’originale trovata promozionale: i fans avrebbero potuto vincere 5000 sterline realizzando uno o più video ispirati al brano e caricandoli su YouTube. Il premio sarebbe stato attribuito al video più visto dagli utenti”. Wikipedia parla di trovata promozionale, i Marillion, voglio sperare, pensavano al coinvolgimento dei propri fan per la realizzazione del video che sarebbe diventato poi “ufficiale” grazie al loro endorsement. E una giusta ricompensa.
Nel 2004 è stato per la prima volta utilizzato nel cinema, raccogliendo sempre via Internet i fondi per la realizzazione del film francese Demain la Veille (Waiting for Yesterday) e del documentario americano The Age of Stupid.

Visto che Internet era il luogo ideale per la realizzazione di raccolte di fondi, incominciarono a nascere piattaforme online a questo scopo. E qui la storia diventa recente.
Attualmente di queste piattaforme ne esistono diverse, con caratteristiche e modalità differenti. Le più note sono la canadese Ulule, Kickstart, le italiane Kapipal e Eppela, ma anche Fundable e Chipin (tutte queste offrono i propri servizi in cambio di una percentuale), Prosper (che si basa sul principio del microlending) Kiva e Firstgiving (che si occupano del microfinanziamento di progetti nei paesi in via di sviluppo). Dall’Italia arriva anche YouCapital che finanzia progetti di ricerca di giornalisti e blogger. Causes invece è legata al mondo di Facebook ed ha realizzato oltre 300mila progetti soprattutto nel sociale.

Tutte le piattaforme si basano su semplici principi: spiegare il progetto alle persone (e qui intervengono i social network e le iniziative personali per promuovere i progetto), decidere quanto serve per finanziare il progetto motivandolo, e decidere una data oltre la quale la raccolta fondi deve considerarsi conclusa. E non cancellare mai il contenuto della richiesta di finanziamento.

Quello che mi piace del Crowdfunding è il reward riconosciuto alla community – a meno che non si tratti di charity – perchè c’è sempre qualcosa di speciale in cambio. Le band offrono brani in anteprima o edizioni speciali del disco, i filmaker la prima, gli sviluppatori di game o applicazioni per il mobile offrono oltre l’anteprima dei loro prodotti, addirittura apparizioni speciali dei donatori nei propri prodotti. E così via, ma ne riparleremo.

La rete è dare e avere, il crowsourcing rende questo visibile e palpabile. Quindi, se abbiamo un idea per la testa ma non abbiamo i fondi per realizzarla, perchè non chiedere l’aiuto degli altri?

I Devo sono una band di Akron (Ohio, U.S.A.) che si è formata nel 1972. Li conosco da più di trent’anni e da allora ricordo il nome della loro città, citata in tutte le interviste della band come luogo di fabbriche di gomma, plastica e parecchio invivibile. Solo ad Akron potevano nascere i Devo e la filosofia della de-evolution. Se vi fa piacere sapere di più su di loro su Wikipedia trovate tutto.

Non molto conosciuti dalle masse, ma stratosferici per i fans, una pietra miliare e continua fonte di ispirazione per il loro stile inconfondibile classificato come Punk, Post-punk, New wave, Art wave e in mille altri modi da parte di critici e band, che considerano i Devo un gruppo fondamentale per l’evoluzione del rock. I brani più famosi: Whip it, Girl you want, Gates of Steel, It’s a beautiful world, Mongoloid, ma anche la dissacrante versione di Satisfaction, spero li conoscano tutti.

I Devo sono da sempre una band geniale, con un’immaginario, una produzione musicale e un’estetica coerente a loro stessi e alla loro filosofia, innovativa e affascinante. La loro musica, come le loro azioni e rappresentazioni sono sempre state digitali, elettroniche, tecnologiche, al passo con i tempi.

La passione per la sperimentazione dei Devo, le possibilità offerte dai social network di poter realizzare un progetto assieme agli utenti finali con il supporto della propria base di fans attraverso le pagine ufficiali su My Space, Facebook, il sito Club Devo, e alla partecipazione ad eventi come l’SXSW di Austin, hanno portato a concepire in modo diverso il nuovo disco Something for Everybody atteso da 20 anni.

Come lo spiega Gerard Casale, bassista e membro fondatore della band:

We decided to actively seek comment and criticism from outside people and use that as a tool, rather than shunning or ignoring it… Our experiences participating in secondary creativity – things like corporate consensus building, focus groups -make you appreciate the connection that an artist has to society.

Quindi – insieme all’agenzia Mother LA – decidono di coinvolgere i fan, un anno prima del lancio in attività collettive. Il primo passo è la designazione di Greg Scholl, COO di Devo, Inc. come responsabile del progetto che coinvolge i fans. Greg, in perfetto pubblicitese – l’ironia dei Devo verso il sistema è sempre presente –  lancia, spiega e motiva il progetto così:

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Il sito e i social danno il via ad una serie di attività, molte online come il Devo Color Study che porterà a scegliere oltre al mood cromatico della band il colore degli Energy Dome, i loro caratteristici cappelli, o il Devo Sound Study che ha permesso di scegliere a maggioranza le tracce da inserire nel nuovo disco (ora in archivio).
Date un’occhiata e partecipate – con ironia – al focus group che segue.

Saranno anche solo focus group, ma sono decisamente partecipativi, ognuno fa parte di un processo più ampio che la semplice attribuzione di preferenze; ad ogni round c’è un’ottimizzazione basata sui risultati e l’utente viene di nuovo coinvolto sapendo qual’è lo scopo finale: fare in modo che un prodotto risulti preferito alla maggior parte delle persone, ma soprattutto a loro.

Pochi giorni fa, proseguendo sulla stessa strada, i Devo hanno lanciato l’ennesimo progetto innovativo: un video clip interattivo dove ogni utente è protagonista. E’ il video clip del singolo What we do e Gerard Casale lo racconta così:

The user/viewer is the director in this video. They decide what to see and when to see it in real time. They will be able to navigate and save a version of what they think others should see. It’s like having a vote in Devo’s creative process. It’s truly interactive.

L’utente può infatti muoversi all’interno del videoclip, zommare, scegliere le inquadrature oppure farlo in modo random, creando ogni volta un video diverso. E in più, cliccando su alcuni oggetti o sul tasto “Instant”, può acquistare oggetti presenti nel video.

Il videoclip interattivo era realizzato in Flash e non è più possibile vederlo in questa modalità. Se ne parla ancora però nell’articolo di Mashable (che mostrò il video in anteprima) con l’intervista a Gerald Casale che racconta come nato il video, la sua filosofia e la sua poetica.
Il Director Cut è su YouTube. e a seguire. La regia è di Gerald Casale, Kii Arens e Jason Trucco.

Dopo 30 anni i Devo riescono ad affascinarmi e incuriosirmi ancora. Non posso che continuare ad essere un fan.

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Curiosità: Sapevi che i Righeira, grandi estimatori dei Devo, hanno realizzato under permission la versione italiana, opps, spagnola, di Girl you want: Es la Mujer que tu quieres per l’album del 2007 Mondovisione?

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Ideato nel 2009 dopo un paio di esperimenti altrettanto affascinanti (In Bb e Marker Music)  da Darren Solomon per Science of Girls, Bb 2.0 è un progetto di musica/parole sviluppato grazie al contributo degli utenti.

Darren ha chiesto a chi voleva partecipare al progetto, di pubblicare suYouTube dei video con delle semplici regole: cantare o suonare rigorosamente in Si bemolle maggiore, aspettare 10 secondi prima di iniziare, realizzare 1-2 minuti di video con semplici tessiture musicali, senza tempo e groove.

Nel sito Inbflat, 20 video realizzati dagli utenti, possono essere ascoltati in simultanea con risultati magici, inaspettati e ogni volta diversi. Le istruzioni sono semplicissime: play these together, some or all, start them at any time, in any order. Vale davvero la pena provare a suonare il proprio video.

Buon divertimento.

The Johnny Cash Project è un progetto collaborativo commemorativo dedicato a Johnny Cash, l’artista americano scomparso nel 2003.

E’ basato su un sito interattivo attraverso il quale ogni utente, può partecipare liberamente alla realizzazione del videoclip di Ain’t No Grave, disegnando con la tecnica che preferisce e attraverso i tool offerti dalla piattaforma, i frames che comporranno la timeline del videoclip. Come funziona la piattaforma con tecnologia Flash è ben illustrato nel sito di Radical Media l’agenzia a capo del progetto e nel video che segue, che ci mostra oltre al videoclip, anche il backstage e le interviste ad alcuni degli artisti.

Dopo pochi mesi dal lancio dell’iniziativa nel 2010, 250.000 artisti provenienti da 172 paesi avevano già inviato i frames per realizzare il videoclip ufficiale finalista ai Grammy 2011 per il Best Short Form Music Video. Ma il progetto non si è concluso con questo, il videoclip è in continua evoluzione, e può essere visto in migliaia di versioni differenti attraverso la piattaforma online del progetto.
E ogni volta la lista dei credits si allunga!

Un’operazione collettiva unica, “A unique communal work, a living portrait of the Man in Black”, un omaggio all’artista realizzato con le opere degli stessi fan/fruitori finali e con le modalità tipiche delle piattaforme di Crowdsourcing. Un grande progetto che nel 2010 è arrivato secondo a Cannes, ha vinto gli UK Music Video Awards e nel 2011 gli SXSW Interactive Award e gli Andy Awards.

Le menti dell’operazione sono il regista Chris Milk e il digital media artist Aaron Koblin, gli stessi del videoclip interattivo The Wilderness Downtown creato per gli Arcade Fire’s. Un videoclip personalizzabile, realizzato in Html5, integrato a Google StreetWiew e viralizzato per il lancio di Google Chrome. Se avete Google Chrome a portata di mano, provate con l’applicazione, altrimenti cè il video da YouTube.

Nel gennaio del 2010, dopo l’esperimento del videoclip di Eden (ne parlo qui), i Subsonica nel loro gruppo Facebook scrivono un post ai fans:

“ed3n2: lo facciamo un esperimento? prendete il vostro pezzo preferito. Ballatevelo davanti alla vostra telecamerina o webcam o qualunque cosa che riprenda. Caricatelo su un account youtube con la tag ed3n2. poi capirete perchè……”.

Era il lancio ai propri fans di Ed3n2, la piattaforma su cui chiunque può caricare il proprio video “danzante” per creare una versione completamente interattiva e “democratica” del clip di Eden.

L’utente registra un video mentre balla il proprio pezzo preferito, lo carica su YouTube ed inserisce il tag ed3n2.

L’applicazione (nata da un’idea di Alessio Granata, progettata e sviluppata da DeeMo e Tomaso Neri) riconosce i video con il tag e crea un video user-generated.
Al termine della visualizzazione ogni utente può introdurre il link di Youtube del proprio contributo in modo che sia incluso; di ogni particolare versione ottenuta si può avere un url specifico da pubblicare e condividere.

Perfetto. Spesso le grandi idee nascono da cose semplici come è in questo caso, dove un semplice tag nasconde in realtà, un potere enorme.