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La teoria sociologica della Saggezza della folla non è solo una delle più affascinanti, ma è anche una di quelle più vicine ai fenomeni partecipativi e al coinvolgimento di gruppi di individui.

Studiata da oltre un secolo e a volte definita Intelligenza della folla, è una teoria ha trovato una vasta applicazione in Internet: Yahoo! Answers e Wikipedia si basano su di essa. Ma anche nella soluzioni di problemi estremamente complessi, di altri all’apparenza irrisolvibili e persino nel gioco di un tv show italiano di culto negli anni ’80.

Ma partiamo dall’inizio.

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La teoria che nasce dalla pesa di un bue a una fiera di bestiame.

Una massa di individui sarebbe in grado di fornire una risposta adeguata e valida ad una domanda più di quanto non siano in grado di farlo gli esperti”

Il tema dell’intelligenza collettiva è stato trattato da diversi studiosi sin dall’inizio del secolo scorso e il primo a parlarne fu l’antropologo Francis Galton.

Nel 1906 durante una fiera di bestiame a Plymouth, chiese alle 787 persone presenti, quale fosse il peso del bue in esposizione e di scriverlo su un foglietto; il più preciso nella previsione avrebbe vinto il bue.

Raccolse tutte le singole risposte e scoprì che la media delle stime fornite dai cittadini comuni era più precisa della stima fornita dai singoli esperti.

Nasceva così, tra mucche e letame, la teoria della Saggezza della folla. Chissà alla fine a chi andò il premio, non ci è dato di saperlo, ma se qualcuno vuole approfondire questo storia può farlo qui.

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Le caramelle di Jack e i fagioli di Raffaella.

Spesso la folla è molto più intelligente della persona più intelligente che ne fa parte”.

Le intuizioni di Galton, prima di trovare una totale conferma con l’avvento di Internet, ebbero fortuna nelle Università americane e in un programma della RAI Radiotelevisione italiana dei primi anni ’80.

Mentre in Italia impazzava ormai da 5 anni il Gioco dei fagioli nel Programma Pronto Raffaella, il professore di economia Jack Treynor realizzo quello che è passato alla storia come il Jelly-beans-in-the-jar experiment.

Treynor mise all’interno di un contenitore di vetro 850 caramelle gommose, coinvolse gli studenti di una classe della University of California e chiese loro di stimarne il totale, proprio come nel Gioco dei fagioli.
Il gruppo disse 871 e ancora una volta, come a voler dimostrare l’esattezza della teoria, la previsione del gruppo fu superiore a quella individuale. Solo uno dei 56 studenti si avvicinò maggiormente al risultato esatto, intuizione che altro non fece che avvicinare ancor di più il gruppo al risultato esatto.

Treynor concluse che il gruppo era in grado di fare una stima più precisa di ogni singolo individuo che ne faceva parte.
Ma arrivò anche a un’altra importante conclusione: maggiore è il numero delle persone che partecipano all’esperimento, migliore è il risultato della previsione.

E’ ovvio che il Gioco dei fagioli di Pronto Raffaella era basato su meccaniche diverse da quelle dell’esperimento di Treynor, ma è sicuro che dopo ogni previsione individuale, il gruppo – il pubblico a casa  – si avvicinava sempre di più al risultato esatto. Grazie alla comunicazione della singola previsione via telefono, il partecipante riceveva una risposta univoca: hai indovinato ti prendi il montepremi, hai sbagliato (e aumenti il montepremi). Il gruppo a casa, tenendo conto della risposta, riceveva importanti indicazioni sul risultato esatto e capendo se il numero era più alto o più basso poteva rilanciare fino ad indovinare.

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James, Harri e i criteri di validità di una teoria.

La folla è un gruppo non necessariamente coeso di individui, che possono anche non conoscersi o non condividere le medesime idee”.

Dopo un antropologo, un economista e una showgirl – e prima che se ne occupi addirittura un mentalist – la teoria della Saggezza della folla passa dalla penna di un giornalista capace di esplodere ulteriormente le teorie di Galton e Treynor.

Nel 2004 il giornalista finanziario del New Yorker e scrittore statunitense James Surowiecki pubblicò per Random House, il saggio La Saggezza della folla (il titolo originale è The wisdom of the crowd: Why the Many Are Smarter Than the Few and How Collective Wisdom Shapes Business, Economies, Societies and Nations) cambiando il modo di intendere La Saggezza della folla con la prima enunciazione dei criteri di validità.

L’opera ripercorre gli esempi di Galton e Treynor (ma non quello di Raffaella) e ne racconta altri, come quello della ricerca del sottomarino affondato, del terreno più aurifero, dell’origine degli ingorghi e se ricordo bene anche uno su Rino Gattuso ed evidenzia come sia Internet il luogo dove l’intelligenza collettiva trova terreno fertile. Ma soprattutto scolpisce i 4 criteri di validità che devono venire rispettati affinché la teoria funzioni:

  1. Diversità di opinione: ogni persona deve avere un’opinione differente.
  2. Indipendenza: le opinioni delle persone non devono venire influenzate da quelle altrui.
  3. Decentralizzazione: nessuno deve essere in grado di pilotarla dall’alto.
  4. Aggregazione: le opinioni devono poter essere aggregate in modo da ottenere un risultato finale.

Se volete approfondire, oltre a leggere i saggio, qui trovate un’intervista a James Surowiecki nel sito della sua casa editrice Random House.

Nel 2008, basandosi sul saggio di Surowiecki, Harri Oinas-Kukkonen (professore del Department of Information Processing Science dell’Università di Oulu in Finlandia) raddoppiò i criteri perfezionandoli:

  1. Deve essere possibile riassumere in un unico pensiero la moltitudine di pensieri delle persone che fanno parte del gruppo.
  2. Spesso la folla è molto più intelligente della persona più intelligente che ne fa parte.
  3. Devono venire rispettate le tre condizioni di diversità, indipendenza e decentralizzazione.
  4. Le migliori decisioni nascono dal disaccordo.
  5. Troppa comunicazione può rendere il gruppo meno intelligente.
  6. È necessario che vi sia un sistema di aggregazione dell’informazione.
  7. L’informazione corretta deve essere raggiungibile dalle giuste persone nel posto giusto, nel momento giusto e nel modo giusto.
  8. Non deve esserci il bisogno di interrogare un esperto.

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Wikipedia e Yahoo! Answers. La teoria in pratica?

Wikipedia è l’immensa enciclopedia online che non ha bisogno di presentazioni, Yahoo! Answers è invece la piattaforma che permette di ricevere da parte di chiunque risposte a qualsiasi domanda. Entrambe le piattaforme sono spesso citate come l’applicazione perfetta della teoria della Saggezza della folla, ma è davvero così se rileggiamo i criteri di Surowiecki, ma soprattutto quelli ben più pratici di Oinas-Kukkonen?

Wikipedia è definita l’enciclopedia libera e collaborativa e quanto è pubblicato nelle sue pagine è il risultato del lavoro di tantissime persone, ma anche della segnalazione di revisioni da parte di una community all’apparenza rigida e snob[senza fonteche controlla attentamente ogni informazione pubblicata. Nessuno si erge ad esperto e nessuno si permette di fare correzioni, segnala e basta.

Le decisioni finali nascono dal disaccordo proprio come prevedono i criteri, non c’è comunicazione tra i redattori che influenzi le informazioni e tutti i criteri della teoria sembrano soddisfatti. Ma perchè ho un dubbio sull’ottavo?
Siamo sicuri che la fonte da citare non faccia la funzione dell’esperto da interrogare?


Ogni affermazione sulle voci di Wikipedia deve essere dimostrata da una fonte attendibile ed è capitato che neanche il diretto interessato fosse considerato tale. Lo scrittore Philip Roth, per esempio, non è stato considerato fonte attendibile da Wikipedia quando si trattava della descrizione di un personaggio di un suo stesso romanzo! (Se non conoscete la storia cliccate qui). In questo caso la folla non è stata più intelligente della persona più intelligente – o più preparata – che ne faceva parte!

Yahoo! Answers invece ragiona diversamente da Wikipedia: chi decide il valore di un’affermazione non è una community, un gruppo, la folla o le fonti attendibili, ma il diretto interessato. Colui che ha posto la domanda.

La piattaforma non riassume in un unico pensiero la moltitudine di pensieri, è il richiedente che ne evidenzia uno che farà guadagnare all’autore dei punti – Yahoo! Answers ha un sistema di rewarding – dopo la verifica dell’attendibilità dell’informazione da parte di chi ha posto la domanda.
Anche in questo caso il punto meno rispettato è l’ottavo, quello che riguarda l’esperto. Per Wikipedia è l’attendibilità della fonte, mentre per Yahoo! Answers è la scelta del demander.

Per conoscere una piattaforma o un servizio, il modo migliore è sperimentare. Con Yahoo! Answers l’ho fatto nel 2009 e mi ha permesso di trovare il luogo in cui si sarebbero esibiti i Silly Fools, la mia Rock Band Thai preferita, la notte di Capodanno a Bangkok.
In internet non avevo trovato nulla; sono abbastanza bravo con i motori di ricerca, ma vuoi per la poca conoscenza della lingua Thai (e di contro dell’inglese da parte degli abitanti della terra dei sorrisi) e dei locali di Bangkok, tentai con la piattaforma di Yahoo.
Posi una domanda secca: “Vado in Thailandia in dicembre, vorrei vedere in concerto i Sillly Fools, qualcuno sa indicarmi dove?”
Arrivarono tre risposte che evidenziavano 3 venue diverse. Le verificai: una mi dava informazioni riscontrabili in rete, le alte no. I punti li prese chi li meritava ed io li vidi da 30 centimetri all’Overtone! La foto a seguire non rende onore alla mia gioia, il video pubblicato sulla mia pagina Facebook probabilmente si.

Vista la loro funzione, siti come Yahoo! Answers (ma anche Quora) potrebbero essere considerate piattaforme di Crowdcasting, luoghi virtuali dove c’è qualcuno che rende noto un problema a una moltitudine di potenziali solutori.
Credo che sia sbagliato però considerarle tali: un conto è cercare dove si terrà il concerto dei Silly Fools, un altro trovare un sistema per pulire dal petrolio le coste dell’Alaska o inserire senza avvelenarsi il fluoro nel tubetto di un dentifricio.

A questo scopo esistono piattaforme specifiche, come Innocentive (qui il sito), luoghi frequentati da migliaia di specialisti di ogni estrazione e capaci di trovare soluzioni molto più originali, semplici e vincenti di quelle dei reparti Ricerca e Sviluppo di multinazionali o degli esperti di agenzie governative e associazioni filantropiche.

Per spiegare tutto questo c’è un ultimo teorema che aggiunge un ulteriore tassello alla teoria dell’inteligenza collettiva. Forse quello più affascinante.

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Qualcuno di voi indossa calzini marroni? E’ per un esperimento.

Scott E. Page, è un social scientist dellUniversità del Michigan ed è un esperto sulla diversità e complessità delle conoscenze partecipative (qui il suo sito). Si interessa dal 1995 di fenomeni che ruotano attorno alla teoria della Saggezza della folla.

Non conoscevo le sue ricerche fino al giorno che non ho letto di lui e del suo lavoro, nel meraviglioso libro di Jeff Howe: Crowdsourcing, Why the Power of the Crowd Is Driving the Future of Business. (Lo potete leggere in inglese gratuitamente qui). Howe non è solo la persona ha inventato il termine Crowdsourcing e ne ha scritto per primo nel 2006 nelle pagine di Wired (qui) ma anche colui che ne ha divulgato i principi nel libro edito negli Stati Uniti da Random House nel 2009 e in Italia l’anno dopo.

Howe racconta che mentre Page era professore al California Institute of Technology, costruì un modello informatico usando agenti artificiali, che altro non sono cheprogrammi informatici che interagiscono in base a regole scritte nel loro codice. Il compito degli agenti era quello di cercare di risolvere problemi difficili confrontandosi con la specie più imprevedibile di tutti: quella umana e del loro comportamento in relazione a sistemi complessi come i mercati finanziari.

Nella simulazione, Page usò due gruppi di agenti: uno composto dai migliori e più brillanti solutori, specialisti di prima categoria, l’altro composto invece da agenti con la capacità di risolvere i problemi in maniera molto variegata, dove alcuni avevano talento per la materia e altri assolutamente no.

Il secondo gruppo, era stato creato scegliendo a caso. Non in base alle capacità, al Q.I., all’istruzione o alla specializzazione, ma come se si fosse fatta attenzione solo al colore dei calzini che indossavano quella mattina per essere scelti.
Se il primo era il gruppo dei genii, il secondo era quello dei calzini marroni. Inutile dirvi che negli States i calzini marroni sono molto più popolari che in Italia.

Durante le simulazioni al computer, il gruppo dei calzini marroni continuava a vincere e a trovare soluzioni migliori rispetto a quelle fornite dagli esperti. Non si trattava del risultato di un numero più vasto di persone come quello del pubblico che analizzava il peso del bue alla Fiera del bestiame di Plymouth, ma di un gruppo di egual numero.

Cos’era quindi che rendeva il gruppo dei calzini marroni imbattibile? Cosa aveva in più il gruppo rispetto al gruppo di esperti?

La diversità.


Da questo spunto nacquero la ricerca decennale di Scott E. Page e un libro, edito nel 2007 dall’Università di Princeton. Il saggio dimostrava con rigore logico, esperimenti e precisione matematica, un’ulteriore espansione della teoria dell’intelligenza collettiva – quella che sostiene che:

Un gruppo scelto a caso di solutori di problemi dà risultati migliori di un gruppo dei migliori solutori individuali.

Nel saggio The Difference: How the Power of Diversity Creates Better Groups, Firms, Schools, and Societies, Page esplode il suo teorema, arrivando all’osservazione che un gruppo ritenuto di grande talento è spesso un gruppo fortemente omogeneo. Persone che hanno studiato le stesse materie nelle stesse scuole e che tendono ad applicare le stesse tecniche per trovare la soluzione a un problema. Sono i migliori, di sicuro, ma in meno cose.

E infatti perdono con i calzini marroni, quelli che hanno una preparazione disomogenea, meno codificata e che sono abituati a tentare approcci personali e completamente diversi tra quelli tentati all’interno del gruppo. Da questo nasce la loro ricchezza.

La diversità è infatti un’ingrediente essenziale dell’intelligenza della folla.
E’ la varietà della composizione di un team che lo rende capace di affrontare ogni situazione, positiva o negativa.
E’ la somma delle differenze che trova le soluzioni ai problemi e agli enigmi. Ma contribuisce anche alla creazione di strategie, leggi e regolamenti più apprezzati e meglio tollerati.

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La saggezza della folla, come ormai avete capito, ha bisogno di regole e meccanismi da rispettare per essere efficace. E’ sicuramente una teoria valida che ha anche alcuni detrattori. La loro opinione spesso nasce da esempi negativi.

Un esempio in negativo, spesso citato, è quello delle bolle speculative nate attorno alle dot-com alla fine degli anni ’90. Ma non è colpa della teoria, è colpa del mancato rispetto dei criteri di validità. Se la folla – in questo caso formata da investitori – smette di pensare in modo indipendente e invece di concentrarsi sul reale valore di una o più aziende si lascia influenzare dal sentimento comune, fa quello che le regole non validano. Se poi incomincia a prendere decisioni in considerazione quanto gli altri pensano, piuttosto che alla loro singola opinione, la teoria viene definitivamente meno.

Un altro esempio negativo è quello che vi sto per raccontare.

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Si può vincere alla lotteria con la saggezza della folla?

Nei primi giorni del settembre 2009, il noto illusionista e mentalist inglese Derren Brown, una delle persone più abili nel condizionamento delle folle, decise invece di usarla per indovinare i numeri della lotteria.

Durante il suo show su Channel 4, Brown scrisse tutti i numeri estratti in fila su un foglio, un attimo prima che l’annunciatore di BBC1 li stesse declamando.
Come fece? Grazie alla Saggezza della folla, secondo il suo racconto nel video a seguire.

Per chi non ha voglia di guardare il video, la racconto io.

Brown, raccolse attorno a se 24 persone e dopo una serie di sedute utili a studiare il metodo, arrivò al giorno dell’estrazione. Fece loro prevedere i numeri, li sommò e fece la media di tutti i risultati individuali. Così facendo il risultato dell’estrazione venne indovinato. Lo vedete nella foto, nelle sfere in sovrimpressione durante lo show e lo potete leggere – ovviamente – su Wikipedia! Ma anche nel sito di Derren Brown.

Dopo la trasmissione, molti giornalisti illustrarono nei loro articoli legittimi dubbi: Brown è un’illusionista, è ovvio che usa dei trucchi. Molti ne hanno scritto e se leggete quelli a seguire capirete che la Saggezza della folla non ha nulla a che fare con questo tipo di previsioni ed è solo un bel nome da spendere. Dal Daily Mail i dubbi di Davide Thomas, dal Daily Telegraph i 6 dubbi della redazione, ma soprattutto dal blog Knowledge Problem i dubbi del lucido economista Michael Giberson.

A questi aggiungo quello più banale: se il metodo era così sicuro, perchè Brown non ha comprato neanche un biglietto della Lotteria?

Secondo me perchè sapeva perfettamente che la Teoria della Saggezza della folla, non riguarda previsioni di questo tipo, ma solo quelle dove le persone coinvolte devono esprimere un’opinione che nasce da un ragionamento.

E sparare numeri a caso, non è di sicuro un ragionamento.

Il Consumo collaborativo è un fenomeno che esiste da millenni ma che ogni tanto ritorna di moda magari perchè cambia una definizione o si varia il soggetto da condividere; i più recenti che mi hanno colpito sono il falciaerba di frazione o il trapano di condominio. Possedere collettivamente un trapano per 24 famiglie o un falciaerba per una dozzina di giardini non è una sciocchezza: si spende solo una parte della cifra necessaria all’acquisto, lo si usa uno alla volta e alla domenica c’è meno rumore.
Da sempre l’uomo presta, riussa, dona, condivide, noleggia, utilizza in multiproprietà e se il timesharing per l’acquisto di una seconda casa al mare o in montagna sembra passato di moda, non è così per il carsharing o il carpooling che si sta diffondendo sempre più.

Il Consumo collaborativo (ho approfondito l’argomento qui) è un fenomeno che nel marzo 2011 Time ha definito come una delle 10 idee che cambieranno il mondo. Ma c’è un’altro fenomeno, collegato a queste tematiche – definito da Wikipedia an Italian-based system – che sta cambiando le abitudini dei consumatori italiani da almeno 10 anni: i G.A.S., i Gruppi d’Acquisto Solidale.

Nel 2012 oltre 7 milioni di italiani hanno deciso di fare la spesa insieme per ottenere condizioni vantaggiose grazie ai G.A.S. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Censis di pochi giorni fa, nella quale si evidenzia che i Gruppi d’Acquisto Solidale sono diventati un fenomeno di rilievo che ha contagiato il 18,6 per cento degli italiani, di cui quasi 2,7 milioni in modo regolare.

Non sto parlando del controverso mondo del Social shopping dei vari Groupon, Groupalia, LetsBonus e altri servizi simili, parlo di chi ha contattato un contadino e ha deciso di acquistare in anticipo i prodotti del suo orto o di chi ha condiviso il costo della benzina per andare a ritirare da lui carote e pomodori e ha coinvolto i suoi vicini. Decine e decine di migliaia di iniziative spontanee che “nascono” e “muoiono” in continuazione nei palazzi, nei posti di lavoro, nei centri sportivi e ricreativi spesso sulla base di semplici accordi verbali.

Ogni G.A.S. ha propri criteri per selezionare i fornitori. Le modalità di acquisto variano notevolmente e vanno dalla consegna a domicilio, alla prenotazione via internet fino “all’adozione” in gruppo di interi animali o piante da frutto. Ma anche all’individuare i modi di consegna, stabilire con il produttore un prezzo equo e scegliere cosa acquistare privilegiando la stagionalità, il biologico, il sostegno alle cooperative sociali, la riduzione degli imballaggi, le dimensioni del produttore o infine la vicinanza territoriale (come il chilometro zero).
Le modalità maggiormente diffuse sono la distribuzione di cassette di ortofrutta a cadenza settimanale o bisettimanale e la vendita di pacchi di carne.

Chi come me non ha il Gruppo d’Acquisto Solidale condominiale, può organizzarsi attraverso Internet – come piace a noi che amiamo i progetti partecipativi – grazie alla Rete dei G.A.S. nazionali (qui).

Avete altri link utili? Non fate complimenti e postateli qui sotto!

Ispirati ancora una volta dall’idea di rappresentare il tempo, Montblanc ha lanciato in questi giorni un nuovo progetto partecipativo globale, si tratta di The Montblanc Worldsecond.

Non è la prima volta infatti che Montblanc – con Leo Burnett Italia – coinvolge gli utenti della rete nella realizzazione di progetti con il coinvolgimento dei brand lovers: la case history della campagna The Beauty of a Second, pluripremiata nei Festival internazionali, è nella memoria di tutti.

L’azienda svizzera invita chiunque nel mondo a catturare attraverso una fotografia, un momento di bellezza attraverso una mobile photo app per iPhone e Android. La particolarità è che chiede a tutti di scattare una foto di un preciso istante, segnalato da countdown presente nell’applicazione.

Il video che segue non lascia dubbi: meccanica e poesia dell’iniziativa illustrati a regola d’arte.

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Come avrete capito, tutte le immagini scattate attraverso l’applicazione verranno automaticamente uploadate nel sito creando uno spettacolare mosaico di istanti di vita e di bellezza: non vedo l’ora di vederlo!

Durante l’intera durata della campagna (novembre e dicembre 2012) verranno invece create 60 occasioni per partecipare. Ognuno potrà liberare creatività e immaginazione in questo viaggio fotografico attraverso il mondo.

La campagna è dedicata alla Montblanc TimeWalker collection. Orologi saranno anche i premi finali di un contest riservato sia agli user dell’App, sia ai visitatori del sito che potranno realizzare delle selezioni delle foto scattate da altri.
Entrambi saranno premiati all’inizio del 2013 nelle categorie Worldsecond Photo e Worldsecond Gallery.

Mi sono iscritto nel sito: attendo il rilascio dell’applicazione, il primo countdown e il primo scatto.
Io non vedo l’ora! E voi?

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La campagna è realizzata da Leo Burnett Italia, le immagini sono tratte dal sito dell’iniziativa. La fonte della notizia è PR Newswire.

Filantropia e porno, due argomenti all’apparenza distanti ma non poi così tanto. Ne ho scritto di recente a proposito di Come4.org, un progetto che nascerà grazie alla filantropia collettiva del crowdsourcing per poi diventare una vera fonte di charity; ne riparlo ora a seguito dell’iniziativa di PornHub.

PornHub è uno dei primi 3 siti al mondo per popolarità e numero di visitatori. Ottobre è invece il mese della prevenzione del tumore al seno e per questa occasione PornHub ha creato un’inziativa semplice quanto efficace. Date un’occhiata all’homepage dell’iniziativa, dopotutto bastano poche parole.

Per contribuire a Save the boobs non ci vuole molto: basta collegarsi al sito, scegliere i video contrassegnati nelle categorie big-tit o small-tit e guardarli. Ogni 30 video visti verrà versato un centesimo di Dollaro.

“the more boobs that are viewed, the more money that will be showered upon the [Foundation].”

Si, ma siamo sicuri che qualcuno li accetterà? :-)

La fondazione scelta da PornHub era la Susan G. Komen Breast Cancer Foundation o più semplicemente la Komen, famosa anche per Race for the Cure.

Peccato che abbiano rifiutato i proventi perchè generati – forse – con le mani sozze! Probabilmente non è vero che i soldi non hanno odore: c’è chi bada anche alla loro densità!
O forse erano pochi i 10.000 euro raccolti a tutt’oggi?
Se un giorno farete un progetto di charity non pensate che i soldi li prenderà chiunque, perchè non è così! Conta da dove provengono, i soldi hanno davvero un odore, soprattutto etico. Se volete approfondire questo aspetto leggete qui e qui, oppure chiedete ai ragazzi di Come4.org che non sono stati presi in considerazione da Kickstarter!

Pornhub, uno dei 70 siti più visti al mondo, non è nuovo a iniziative benefiche che riguardano le tette e che forse metterà a tacere chi pensa che sia solo momentanea pubblicità, basti pensare al Boob Bus by Bree Olson in giro negli USA dall’aprile scorso.

Bree Holson, volto della campagna di PornHub per la prevenzione del cancro al seno usa la sua notorietà per portare la cittadinanza a contatto con un’esame che può essere eseguito anche in un camper e in grado di contrastare un tumore che rappresenta il 25 per cento di tutti i tumori che colpiscono le donne.

Sicuramente metterà con il suo davanzale in secondo piano il Dottor David Shaffer ma solo sulla stampa, non certo nell’ambulatorio del camper e in relazione alla sua esperinza diagnostica!

Se siete a Roma lunedì 9 luglio, vi segnalo un’importante evento organizzato da IED Roma (la scuola dove insegno anch’io a Milano) e Cross-Media.it. Per un giorno infatti, la capitale si trasformerà nella capitale del Transmedia in occasione dello special Talking IED di Henry Jenkins, massimo esperto mondiale di culture partecipative e transmedialità per la prima volta a Roma.

Tema dell’incontro sarà: La Generazione Transmediale. Come i giovani creativi e la cultura partecipativa stanno cambiando il mondo attraverso i media. Con Jenkins interverrà e dialogherà Max Giovagnoli, coordinatore del corso triennale di Media Design dello IED di Roma, che spiega:

“Fare transmedia significa ideare forme di racconto distribuite su più media simultaneamente e capaci di mutare in base al linguaggio e al pubblico di ciascuno di essi. Trasformare prodotti creativi in grandi universi partecipativi in ambito globale”.

Henry Jenkins (qui la sua bio su Wikipedia) insegna alla University of Southern California ed è stato per anni co-direttore del Comparative Media Studies Program del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston. Il suo saggio Convergence Culture ha formato la nuova generazione di ricercatori e creativi in tutto il mondo. Recentemente ha creato il Participatory Culture and Learning Lab a Los Angeles e si sta occupando di New Media Literacy, di Media Activism e di Participatory Politics individuando i processi culturali, creativi e tecnologici che stanno cambiando il modo di raccontare storie della “generazione transmedia”, di cui è stato il primo teorizzatore.

La Transmedia Generation è formata da giovani creativi che stanno pensando, imparando, sviluppando nuovi strumenti di comunicazione e si stanno mobilitando politicamente in modo mai così autonomo e consapevole, grazie al loro maggiore controllo sulla costruzione di senso e contenuti, e sulla circolazione del sapere affidata in particolare ai new media. Transmedia mobilization, spreadable media, fan activism, participatory learning, viral media sono alcune delle parole chiave del nuovo vocabolario che sta segnando il passo di questa rivoluzione culturale, affidata alla participatory culture che la sta guidando e realizzando in tutto il mondo.

Sono sicuro che tornerò presto sui progetti che vedono Henry Jenkins come guru, visti gli argomenti particolarmente interessanti per i lettori di Partecipactive. Se volete seguirlo vi rimando al suo blog ufficiale Confessions of an Aca-Fan (qui). L’Aca-Fan altro non è che una creatura ibrida che in parte è un fan e in parte è un accademico.

Chissa se Henry Jenkins sarebbe contento del corso che tengo allo IED Milano nel Master Art & Copy Il potere della folla: come nei progetti collaborativi, grazie a Internet e al coinvolgimento degli utenti finali, cambiano i modelli di business, la comunicazione, il design, l’intrattenimento e la vita sociale.

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L’evento si terrà il 9 luglio, dalle ore 18,30 alle 20,30 presso la scuola di Visual Communication dell’Istituto Europeo di Design di Roma in Via Alcamo 11. E’ gratuito e l’accesso è libero fino ad esaurimento posti.

Per informazioni:
Ufficio Comunicazione IED Roma
Francesca Castenetto // f.castenetto@roma.ied.it // Tel. 06.7024025
Max Giovagnoli // direttore@cross-media.it

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Immagini tratte dal blog di Henry Jenkins.
Grazie a Francesco GRZ Grandazzi per la segnalazione.