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Inside Out Project è un progetto d’arte partecipativa su larga scala, che trasforma messaggi di identità sociale, in opere da esporre nelle città.

Ogni persona viene invitata fotografarsi in bianco e nero, da sola o in gruppo, nel luogo nel quale vivono. Inviare la foto al sito e ricevere a casa propria una stampa da affiggere nella propria comunità affinchè il mondo possa vederla.

Le motivazioni per partecipare sono tante e diverse: dimostrare amore, pace, diversità, ambiente, giustizia, gioco, speranza, dignità, comunità, futuro, oppure semplicemente farsi notare. Come è per i progetti realizzati con i ragazzi di Haiti o gli abitanti degli slum di Nairobi o le favelas di Rio, che sembrano dire dai tetti delle loro case: “Hey, sono qui” oppure “Guardami, non sono cattivo” dai ritratti sul muro che separa Israele dalla Palestina.

Le origini del progetto: JR le photograffeur.

JR owns the biggest art gallery in the world. He exhibits freely in the streets of the world, catching the attention of people who are not the museum visitors. His work mixes Art and Act, talks about commitment, freedom, identity and limit”.

JR (qui la pagina su Wikipedia, qui invece il suo sito) è un artista e fotografo francese, nato nel 1983 e dall’identità sconosciuta. Si descrive come photograffeur, un mix tra un graffitista e un fotografo, ma è in realtà un artista affermato che ha già frequentato alcune tra le più importanti gallerie d’arte del mondo.

Ha iniziato a 17 anni (nel 2000) frequentando la scena dei graffiti parigina esprimendosi con opere di Flyposting, tecnica della quale è maestro indiscusso. Come ogni artista, JR ha iniziato con opere personali. C’è un video che lo ritrae tra il 2000 e il 2003, quando l’artista è già vicino alle tematiche sociali, ma ha ancora l’atteggiamento del writer suburbano.


Via via nel corso degli anni, le opere di JR si evolvono insieme alla sua poetica.

JR incomincia a farsi coinvolgere sempre di più dalle persone. Viaggia, visita i luoghi dove vivono, passa del tempo con loro. Si fa colpire dalle loro storie, li ritrae con la macchina fotografica, stampa, si fa aiutare per incollare le foto nelle città e creare opere che parlano di chi le abita. Li aiuta a farsi vedere, notare, scoprire.
Quasi sempre sono luoghi difficili, ma non è strano per uno che viene dalle banlieux.

Nell’ottobre del 2010 JR vince il TED Prize, il premio dato alle idee degne di essere diffuse e utili a cambiare il mondo. Con i 100.000 $ ricevuti, JR, dà il boost al progetto Inside Out.

Ecco il suo speech al TED 2010: “Use art to turn the world inside out”.

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La piattaforma tecnologica: il sito come centro di tutto.

I wish for you to stand up for what you care about by participating in a global art project, and together we’ll turn the world…INSIDE OUT’

Nessun progetto partecipativo può vivere con grandi numeri al di fuori del web e Inside Out ne è la dimostrazione. Solo con una piattaforma digitale articolata, si può coinvolgere il maggior numero di persone possibile e uscire finalmente dai quartieri.

Dal sito/epicentro (qui), il progetto si propaga agli angoli del mondo. Da qui il progetto viene realizzato, documentato e messo a disposizione di tutti, ma non solo. Funziona anche come luogo di aggregazione di iniziative stand-alone o per creare diversi livelli di coinvolgimento con i fan, come donare un muro, ospitare un photoboot, aiutare per il film su Inside Out (rimarco l’attenzione sulla documentazione) ma anche fare una donazione o aiutare JR in altri progetti.

Ad oggi Inside Out ha ricevuto 75.189 fotografie, distribuite in 8.896 location diverse, per 4.370 progetti attivati. Sono numeri di tutto rispetto e che ci danno una visione globale della diffusione dell’opera d’arte collettiva e del suo successo.

Successo al quale ha sicuramente contribuito la naturale diffusione virale dell’opera da parte dei partecipanti stessi. Lo possiamo capire dalle foto taggate su Flickr (dove ho scoperto quelle della bambina Rachel), dall’attività nella pagina di Facebook e dalla miriade di foto su Google Images postate dagli utenti.

Essere co-autori non è solo un reward, è sentirsi parte attiva di un progetto comune.

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Le immagini sono tratte dal sito di JR e da quello di Inside Out, oltre che dal profilo Flickr di Marie A.-C.  I video sono tratti dal canale YouTube di Inside Out Project. Il copyright della foto di JR è James Duncan Davidson / TED.

Ieri sono stato invitato a partecipare a un mini-workshop organizzato da Trivioquadrivio, CFMT e Loccioni all’interno di Let’s Co, How collaboration changes our business – un evento collaborativo progettato e gestito a più mani per diffondere la cultura e gli strumenti della collaborazione in azienda – dove ho sperimentato le basi del metodo LEGO Serious Play.

LEGO Serious Play è infatti una metodologia di sviluppo organizzativo fondata sull’impiego dei kit prodotti dalla Lego, allo scopo di facilitare le pratiche manageriali. L’obiettivo principale di LEGO Serious Play è quello di condurre i partecipanti a “costruire con le proprie mani” un modello tridimensionale del proprio problema, sia esso di carattere strategico, operativo o relazionale. E cercare, ovviamente, di risolverlo grazie ai mattoncini LEGO.

Dal comunicato stampa di Trivioquadrivio (potete scaricarlo qui) sulla metodologia:

I mattoncini Lego invitano, per così dire, a pensare con le mani, a costruire un modello tridimensionale del problema e attribuire una forma riconoscibile e condivisa a ciò che si è abituati ad esprimere solo con le parole. Quando sono le mani a rappresentare i problemi la mente si trova in grado di affrontarli molto meglio creando inedite visioni del mondo e nuove occasioni di collaborazione e di confronto.

Questa è in sintesi la metodologia: maggiori informazioni le trovate nel sito ufficiale di LEGO Serious Play (qui), nel sito di Trivioquadrivio (qui) e nella voce di Wikipedia (qui), dove si parla anche delle origini e dei suoi creatori. Le infinite applicazioni del metodo le trovate invece qui.

I ragazzi di Trivioquadrivio, Certificate Partner di LEGO Serious Play dal  2003, in occasione di Let’s Co e della Milano Design Week 2012, hanno voluto applicare il metodo dei mattoncini alla collaborazione. Potevo non andare a vedere?

Alle 17 abbiamo iniziato; erano anni che non toccavo i LEGO.

Nel gruppo eterogeneo, oltre a me, c’erano imprenditori, architetti, giornalisti, graphic designer, architetti e resposabili di marketing. Il nostro facilitatore, Enrico Marra, ci ha subito proposto 3 esercizi che riguardavano la costruzione di 3 modelli, e con metodologia diversa l’attribuzione di descrizioni metaforiche e la condivisione con il gruppo della propria fantasia creativa o narrativa.

Il terzo esercizio riguardava la costruzione di un modello che fosse la rappresentazione del collega meno collaborativo. Ho messo su una base due omini Lego, uno che salutava e l’altro no e ho costruito un muro a dividerli oltre a delle pareti senza uscita a quello meno collaborativo. Il significato era banale: le persone meno collaborative sono quelle che non solo mettono un muro tra te e loro, ma ne costruiscono anche uno attorno ad essi, come a evitare la condivisione di successi o problemi da risolvere.

Poi siamo andati oltre: rappresentare cosa era per noi la collaborazione. Questo il mio modello, raffigura 3 persone i tre luoghi diversi che per collaborare hanno unito le loro “isole”, hanno creato uno spazio comune per incontrarsi (rappresentato dall’obbiettivo: l’albero verde) e si sono pure dotati di wi-fi per comunicare meglio.

Mi è stato chiesto di dare un nome alla mia rappresentazione di collaborazione (ho scelto “network”, ovviamente) e poi Enrico ci ha chiesto di discutere tra noi e creare un unico modello collaborativo.

Abbiamo creato questo:

Il significato del modello collettivo, considerando la metafora legata a ognuno dei modelli individuali e la discussione che ne è scaturita, è questo: il dono della collettività, la conoscenza che deriva dalle caratteristiche e dalle capacità dei singoli, si muovono insieme per raggiungere lo stesso traguardo.

A seguire trovate un video che documenta le considerazioni del gruppo sulla costruzione del modello.

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A questo punto ci è stato chiesto di creare degli “agenti” che potessero migliorare il nostro modello collaborativo.

Nel video che segue, Enrico Marra spiega la funzione degli agenti.

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In 10 minuti abbiamo creato ponti, macchine che ci facessero ricordare la gioia, i sorrisi, il gioco, elementi fondamentali di un progetto collettivo. Abbiamo anche ribadito la necessità di un linguaggio comune: io ho pensato al wi-fi gratuito per tutti!

Nel video che segue trovate le spiegazioni di tutti gli “agenti”, il mio intervento al minuto 7,00.

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Questo il modello finale, composto dai singoli progetti più gli agenti.

Un’esperienza formativa, una conferma delle dinamiche dei progetti partecipativi di successo. La dimostrazione che la ricchezza che nasce dalla diversità non è un concetto banale, ma un esempio da applicare.

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Immagini scattate da me a Let’s Co, tratte dalla pagina Facebook di Trivioquadrivio e dal sito ufficiale di LEGO Serious Play. Video tratti dal canale YouTube di Luca Perugini.

La rete è il luogo ideale per progetti cinematografici partecipati dagli utenti. Sempre più spesso si tratta di crowdsourcing dedicato al finanziamento di film indipendenti, altre volte gli spettatori vengono coinvolti nella costruzione dello storytelling, come in questo caso, dove i fan di una storia ne divengono totali protagonisti senza dover recitare!

Gli sciacalli di thejackal, un’irriverente gruppo di videomaker indipendenti napoletani, si sono inventati una web serie dove sono gli utenti a decidere il proseguimento e i contenuti della storia stessa.
Si tratta di Lost in Google, dove quello che succederà, verrà deciso basandosi sui commenti nel sito, nel canale YouTube e nella fan page di Facebook dedicate alla web serie.

Volete che la protagonista mangi una banana nella prossima puntata? Volete che intervenga Caparezza? Dite la vostra, gli sceneggiatori vi seguiranno.

Gli utenti decidono e influenzano il soggetto in modo interattivo: dai commenti più articolati a quelli più più banali o provocanti. Sono le persone che decidono come andrà avanti la storia.

Il punto di partenza è nell’episodio zero di Lost in Google, quando la bella Proxy Riccio, chiede all’interprete principale Simone Ruzzo:

Hai mai provato a cercare Google su Google?”

Simone lo fa e da quel momento inizia un fantasy cibernetico dove si ritrova all’interno di Google e della rete stessa senza possibilità di uscirne.
Ci sono citazioni a ogni tipo di contenuto presente in rete: dai banner Sei il milionesimo visitatore, hai vinto! a YouPorn, a Google Maps, a YouTube, ai meme e persino alle star italiane di YouTube (Claudio Di Biagio è coprotagonista nell’episodio #1, Guglielmo Willwoosh Scilla e Maccio Capatonda nei panni di Padre Maronno appaiono nell’episodio #5). Non mancano gli ospiti che rappresentano mondi contigui a Internet, come la musica e la televisione. Nel secondo episodio compare Caparezza e nel terzo Patrizio Rispo di Un posto al sole e Roberto Giacobbo. Tutti rigorosamente richiesti dai fan della serie.

Gli episodi (con numero di views davvero notevole) sono 6, più il video tutorial con tutte le istruzioni per partecipare, uscito subito dopo il pilot dell’episodio #0 (qui) e alcuni video di backstage che trovate nel canale YouTube di TheJackal (qui).

Nell’intera produzione c’è molta attenzione per la community che si è creata attorno al progetto.
Come avete visto nei frame dalla serie, ogni suggerimento – e ce ne sono davvero tanti – è riconosciuto all’autore riportando il credit e il suggerimento nella scena che ha ispirato.
I migliori commenti sono invece pubblicati in coda a ogni episodio e nell’ultimo diventano addirittura videomessaggi.

La Regia è di Francesco Ebbasta, i Visual FX di Alfredo Felco, la produzione di thejackal.

Buona visione.


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Le musiche sono affidate agli Electrophelia, a seguire il video clip della title track.

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Se volete sapere di più su thejackal, visitate il loro sito (qui), sono gli stessi della webserie Freaks.
Lost in Google prende parte a YouTube NextUp il programma/contest di sviluppo e finanziamento per i partner emergenti di YouTube. Un’intervista agli autori è presente nel post di Marta Capuozzo su Levanteonline.it (qui). Se volete saperne di più sulla web-serie, c’è anche Wikipedia (qui).

Tutte le immagini sono tratte dal sito di Lost in Google.
Grazie a Valentino Caporizzi per la segnalazione.

Il 2 aprile 2011 con il post Welcome to your show nasceva Partecipative, il blog sui progetti realizzati con la complicità dell’utente finale come dichiara la tagline.

Da allora ho pubblicato 64 articoli suddivisi in 51 categorie. Vi ho parlato principalmente di piattaforme partecipative, di co-creazione, musica, user generated contents, communitycrowdsourcing che sono le mie passioni di sempre. Ho anche riaperto gli archivi di 500 wants you.

Le visite sono state significative per un blog così di nicchia, oltre 16mila con una punta di 381 il 21 gennaio quando ho pubblicato il post LEGO: il futuro del brand passa dal Crowdsourcing e dalla Co-creazione, secondo nella classifica delle preferenze dei lettori con 681 visualizzazioni ma primo nel numero di commenti. Il post più letto è Evasori.info: il sito che dal 2008 mappa l’evasione fiscale in Italia su base volontaria. con 1093 preferenze, post che ha dato vita anche alla prima intervista esclusiva di Partecipactive: Complici nel cambiamento, non nell’evasione fiscale. Intervista al creatore di Evasori.info.

Oltre a quelli citati, i miei post preferiti, sono quello che parla di Amazon Mechanical Turk: il lato umano e l’utilizzo creativo di un crowdsourcing marketplace e della fantasia del digital artist Aaron Koblin, la storia incredibile di Myfootballclub (la prima online community a possedere una vera squadra di calcio)., l’ironico progetto partecipativo di una delle più insolite band di tutti i tempi Devo: dopo l’album realizzato insieme ai fans, il video interattivo dove ogni utente è il regista. e quello dell’italianissimo Lost in Google: la web serie dove quello che succede lo decidi tu.

Buon compleanno, ringrazio di cuore tutti i lettori.

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La foto in apertura è tratta dal sito di HAF (High Atlas Foundation), una fondazione che promuove lo sviluppo partecipativo in aree disagiate del Marocco coinvolgendo i beneficiari come partner attivi in ogni fase del progetto di sviluppo. 

La notte del 2 aprile 2012, è stata presentata in streaming live dal Lincoln Center di New York , la terza opera dell’Eric Whitacre’s Virtual Choir: Water Night.

La prima di un coro che vive solo in Internet, composto da 2945 cantanti di 73 paesi diversi, preparato e diretto online da Eric Whitacre (qui il suo sito).

Godetevi Water Night.

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Dopo la world premiere, ripercorriamo la storia del progetto, ma se avete poco tempo, guardate solo questo video.

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Oppure passate oltre.

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VC0, gli inizi.

Nel 2009, Eric riceve da una fan un video messaggio:

Hi Mr. Eric Whitacre. My name is Britlin Losee, and this is a video that I’d like to make for you. Here’s me singing “Sleep.” I’m a little nervous, just to let you know. ♫ If there are noises ♫ ♫ in the night ♫

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Eric è un noto musicista e conferenziere statunitense, ma è soprattutto il più grande compositore e direttore di coro della sua generazione. Dopo aver visto il video di Britlin gli viene un’idea:

Se potessi coinvolgere 50 persone a fare lo stesso, cantare le loro parti – soprano, alto, tenor and bass – in qualunque posto esse siano nel mondo e postare i video su YouTube, potremmo unire tutte le parti insieme e creare un coro virtuale.

Prepara un video dove conduce il coro immaginandone il risultato, lo posta su YouTube, distribuisce gli spartiti attraverso il suo sito e incomincia a ricevere contributi. Per un piccolo solo di soprano fa addirittura le audizioni selezionando la miglior esibizione ricevuta.

Il risultato è una serie di versioni della sua composizione Sleep che lo convince a passare a un progetto più ambizioso.

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VC1, Lux Aurumque.

Il coinvolgimento dei fan per il progetto inizia a crescere. Scott Haines, si offre per montare i video e inizia una collaborazione che mette a termine la fase sperimentale.

Eric decide di registrare un nuovo video, dove dirige la sua composizione Lux Aurumque e chiede al Coro Virtuale di eseguire le parti. Scott edita il tutto e il risultato è questo, un coro di 185 persone da 22 paesi diversi.

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VC2, Sleep.

Nel settembre del 2010, Eric dà il via al progetto numero 2 del Virtual Choir e inizia a raccogliere le parti per la sua composizione Sleep.

Riceve 2052 performance da 1752 cantanti di 58 diverse nazionalità, individualmente uploadati su YouTube. Il risultato è un video che viene presentato al TED il primo aprile 2011 (l’intero intervento lo potete vedere qui).

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VC3, Water Night.

Nel dicembre 2011, Eric pubblica un nuovo video (qui il suo canale su YouTube) e chiama a raccolta il Virtual Choir. Il brano scelto è Water Night e il progetto è sempre più ambizioso perchè cercherà di coinvolgere il maggior numero di coristi possibile.

Rende disponibili nel suo sito gli spartiti e degli esempi di esecuzione delle singole parti da membri del VC3 (Britlin è una di queste) e mette la base musicale su Sound Cloud. Pubblica un video che contiene le istruzioni per la registrazione e la sua direzione.

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I risultati sono eclatanti: 3746 video ricevuti: 1190 parti da Soprano, 1075 da Alto, 651 da Tenore e 830 da Basso, eseguite da 2945 persone di 73 paesi diversi.

Coinvolgere quasi 3000 persone appartenenti a un target tutto sommato ristretto come è quello dei cantanti di coro, non è facile.

Ma se questo è successo è perchè il Virtual Choir è un esempio di progetto partecipativo che segue con rispetto le regole d’oro d’ingaggio delle community: relazione, coinvolgimento, semplicità di realizzazione, istruzioni chiare e reward elevato.
Ma non solo, le ragioni del successo stanno anche nella grandissima regia, nella perfetta organizzazione e nel corretto utilizzo degli strumenti che la rete offre. Aspetto non trascurabile in ogni progetto che deve unire così tanti contributi ricevuti dalla propria community.

Bravo!
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Per rimanere aggiornati sul prossimo progetto VC4, basta registrarsi al Fanzone nel sito di Eric Whitacre (qui).

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Immagini tratte dal sito di Eric Whitacre e dal canale ufficiale su YouTube.