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Amazon Mechanical Turk (MTurk) è un internet marketplace, un sito collaborativo dotato di un’interfaccia programmabile, che permette agli sviluppatori di incorporare l’intelligenza umana nelle loro applicazioni. Queste operazioni vengono affidate in crowdsourcing alle persone iscritte alla piattaforma dietro compenso.

Il lato umano che si nasconde dietro la macchina.

Amazon Mechanical Turk (qui) è stato creato da Amazon a uso degli sviluppatori dell’omonimo sito di commercio elettronico per risolvere quesiti che non possono essere affidati a un computer e necessitano dell’intelligenza umana.

Questi task sono definiti HITs (human intelligence task) e nella piattaforma ce ne sono centinaia di migliaia.
Qualche esempio: qual’è la miglior foto tra le 5 proposte per presentare un prodotto? Chi sono i musicisti che suonano in un dato CD? Qual’è la migliore categoria per un dato item?

E’ ovvio che una macchina, non può decidere cos’è la bellezza ma nemmeno la definizione più giusta o riconoscere l’esecutore di un assolo di chitarra. E’ a questo punto che intervengono le persone iscritte alla community che sono chiamate Workers (ma Providers nei termini di servizio) e la loro intelligenza. Chi chiede il loro intervento sono i Requester; all’inizio erano gli sviluppatori di Amazon, poi la piattaforma è stata aperta anche all’esterno. Ogni azione accettata dai Requester viene ricompensata, da pochi centesimi – per le operazioni più semplici e che necessitano di minor tempo – ad alcuni dollari per quelle più complesse.

L’elenco dei 387,388 task ad oggi e il valore di ogni singola azione li trovate qui. Se volete invece scoprire tutto quello che la piattaforma può fare per voi, lo trovate qui.

Ma da cosa nasce il nome Amazon Mechanical Turk?

Nasce da Il Turco, un automa creato da Wolfgang von Kempelen nel 1769 e che teoricamente avrebbe dovuto simulare un giocatore di scacchi. In realtà si trattava di un imbroglio colossale perchè era solo un automa manovrato al suo interno da un giocatore umano tramite dei magneti. Maria Teresa d’Austria, ma anche Napoleone ed Edgar Allan Poe, ne furono affascinati. E ingannati!
Se volete conoscere tutto su Il Turco andate su Wikipedia (qui).

Mai nome di piattaforma fu più giusto. Soprattutto se si parla di lato umano al servizio dei sistemi informatici!

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Il crowdsourcing marketplace al servizio della creatività di Aaron Koblin.

Aaron Koblin (qui il suo sito) è il creativo che ha realizzato insieme a Chris Milk il video interattivo degli Arcade Fire The Wilderness Downtown per dimostrare le potenzialità dell’html5 (qui), ma anche il progetto-tributo dedicato a Johnny Cash di Ain’t No Grave (qui).

Aaron è sicuramente uno dei più grandi digital media artist al mondo e una persona che sa usare i media digitali e Internet per creare grandi opere d’arte. Se volete sapere di più su di lui, oltre al suo sito, c’è sempre Wikipedia (qui).

Aaron ha utilizzato a scopo creativo le risorse di Amazon Mechanical Turk molte volte. Qui c’è un esempio di uno dei primi esperimenti.

La particolarità di questi progetti è la frammentazione dell’intervento richiesto. Rispettando in pieno la filosofia del crowdsourcing, l’intero lavoro viene suddiviso in piccole parti. Solo alla fine, tutti questi frammenti, completeranno l’opera finale e chi ha partecipato avrà visione di ciò che ha contribuito a realizzare.
A volte Aaron ha dichiarato l’intento sin dall’inizio (come nel caso di Ain’t No Grave (qui), altre volte, come nei due casi a seguire, solo a opera terminata.

Nel 2006 ha utilizzato la piattaforma di Amazon per realizzare The Sheep Market (qui il sito), quando ha chiesto ai workers della piattaforma di Amazon di disegnare 10.000 pecore “facing to the left” pagando 0.02 $ per ogni disegno per realizzare la sua opera digitale. E’ curioso che solo due dei workers abbiano chiesto a cosa servivano i loro disegni.
Altri materiali su questo progetto, compreso un video dell’installazione, li trovate qui

Nel 2009 ha coinvolto i membri del marketplace per realizzare Bicycle built for two thousand.

Ma prima di vedere il video che spiega l’operazione/opera d’arte, conosciamo la fonte di ispirazione e una curiosità.

Daisy Bell (Bicycle Built for Two) è una composizione musicale di Harry Dacre composta nel lontano 1892. Ma è anche la prima canzone cantata da un computer.
Nel 1961, l’IBM 7094 divenne il primo computer cantante porprio grazie a questa canzone. I vocals furono programmati da John Kelly e Carol Lockbaum mentre l’accompagnamento fu programmato da Max Mathews.
Ecco la versione originale:

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In una scena di Odissea nello spazio (sicuramente un’omaggio all’IBM 7094), quando HAL 9000 incomincia a ribellarsi, lo fa canticchiando Daisy Bell:

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Forse a partire da tutto questo, Aaron Koblin (con Daniel Massey) ha realizzato nel 2009 Bicycle built for two thousand, un esperimento di crowdsourcing che ha coinvolto 2.088 voci registrate via Amazon’s Mechanical Turk. Nel video che segue la spiegazione di tutto il progetto e la sua meccanica:

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Gli interpreti, come capita spesso nelle opere di Aaron, non conoscevano l’uso delle loro interpretazioni. Ancora un esempio di opera d’arte collettiva ma senza la consapevolezza a priori degli interpreti, come è nei remix di Kutiman (su Partecipactive ne ho parlato qui). Ancora un esempio di come sia impossibile, senza un grande regista, creare grandi progetti corali.

Nel sito di Bicycle built for two thousand (qui) potete giocare con la canzone, sia nella versione umana, sia con quella del computer.

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Le immagini sono tratte da Wikipedia e dai siti citati nell’articolo.

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Le community vanno seguite, amate e coccolate, lo sappiamo bene. Ma vanno soprattutto tenute coinvolte con esperienze che creano connessione con il brand e che diano ai fan la possibilità di esprimersi. Se così non fosse – è notizia di questi giorni – la community di Nokia Italia su Facebook (qui) non avrebbe mai raggiunto il milione di fan.

Ma facciamo un passo indietro. A metà del 2010, Nokia chiede a Wunderman, global partner per la comunicazione digitale del brand finlandese e mia agenzia di allora, di sviluppare un progetto in grado di rafforzare il legame con i 200.000 iscritti della sua community Facebook.
I creativi di Wunderman elaborano un concept che prende spunto da una grande verità: i telefoni cellulari che hanno fatto la storia di Nokia, hanno fatto anche la nostra, permettendoci di vivere, lavorare, gioire e amare. Nella intro al sito a seguire, lo spirito di tutta l’operazione.

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Nasce così nell’estate del 2011 la You&Nokia Gallery. Una vera e propria galleria d’arte all’interno della quale l’utente può creare un’opera costituita dall’unione indissolubile di tre contenuti: una foto del proprio Nokia, una foto di se stesso scattata durante il periodo di utilizzo del telefono caricato e un commento.

You&Nokia Gallery, visivamente ispirata ai musei d’arte contemporanea, è aperta al mondo intero: tutti possono caricare contenuti all’interno della galleria, ma allo stesso tempo creare la propria “mostra” da postare su Facebook.

La You&Nokia Gallery trasforma così i telefoni cellulari Nokia in catalizzatori di ricordi. Perché il nostro passato è importante: anche se non ce ne accorgiamo, ci proietta istante dopo istante nel futuro.

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Credits

Agenzia: Wunderman

Creative Director: Toon Coenen e Matteo Righi
Copywriter: Fabio Montalbetti
Art Director: Marco Tironi
Web Designer: Manuela Sissa

Animazioni della intro: Wip Italia
Software Developer: Pierpaolo Ferraro con Wip Italia
Project Manager: Michele Fadigati

G.M: Laura Conti
Client Service Director: Sergio Mandelli
Strategic Planner: Daniele Chieregato
Account interactive executive: Lorenzo Salemme

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Cliente: Nokia Italia

Head of digital marketing Nokia Italia: Sylvain Quernè
Digital marketing assistant Nokia Italia: Carlo Bermani

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La colonna sonora, basata sulla celebre Nokia Tune, è stata realizzata dalla pop band indipendente Reimuda.

E’ di questi giorni la notizia che la piattaforma georeferenziata Ushahidi è stata usata ancora una volta in Italia per raccogliere informazioni e rappresentare su una mappa i disagi provocati dalle ultime intense nevicate.

Lo hanno fatto sia Emergenza Neve (qui), sia Anpas – l’Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze (qui).

Grazie a una crowdmap interattiva, i cittadini hanno potuto segnalare la situazione della viabilità, dei servizi pubblici, dei trasporti pubblici, delle emergenze e dell’impegno di enti locali e ufficiali (nel caso di Emergenza neve) e degli interventi apportati (nel caso dell’Anpas). In questo modo altri cittadini hanno potuto avere informazioni in tempo reale, spesso prima di quelle fornite dagli organi ufficiali. Esattamente come succede recentemente con Twitter nei confronti dell’informazione ufficiale.

Peccato che queste informazioni, a parità di piattaforma, non possano essere integrate tra loro. Segno che forse nel nostro paese, la collaborazione tra istituzioni, non è come quella di cittadini e volontari.

E’ vero che la crowd è dappertutto, è vero che Ushaihidi è nata per unire gli sforzi, ma non dare un riferimento certo all’impegno dei cittadini è sicuramente uno spreco. E non solo di intenzioni.


Prima di approfondire il discorso, un video per capire cos’è Ushahidi e poi, la sua storia.

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Ushahidi, che in Swahili vuol dire “testimonianza”, è una piattaforma nata per mappare gli episodi di violenza in Kenya a seguito della crisi politica post-elettorale all’inizio del 2008 (qui si parla di quello che è successo).

Fu creata in quel periodo da Ushahidi, Inc. una non-profit company che decise di sviluppare un software free e open source per raccogliere informazioni e visualizzare in una mappa (Google Maps) quello che stava accadendo nel paese grazie all’aiuto dei cittadini. SMS, MMS, PC i mezzi per testimoniare; un’unico aggregatore per raccogliere le informazioni.

Il progetto, nato dalla collaborazione di alcuni blogger e citizen journalist kenioti capitanati dall’attivista e avvocatessa keniota Ory Okolloh, fu realizzato in uno dei periodi più bui della storia del Paese africano. Tutti i nomi del team di Ushahidi e le biografie sono qui. Il sito fu usato per geolocalizzare e monitorare gli episodi di violenza con l’obiettivo di facilitare il lavoro dei soccoritori e delle organizzazioni pacifiste.

Dall’articolo su Il Post di Giovanni Fontana del 16 agosto 2010 (qui), il racconto di Ory:

Nella prima settimana di violenze post-elettorali tutti provavamo a documentare sui nostri blog quello che stava succedendo, e in un post qualcuno evidenziò il possibile uso che si poteva fare di Google Maps per mappare ciascuno degli incidenti che stavano avvenendo. Perciò io pensai “già, dobbiamo farne qualcosa di questa idea”: stavamo cercando soluzioni tecnologiche per ovviare alle inefficienze dei commenti – quella sembrò una buona risposta”.

La piattaforma fu utilizzata da 45,000 cittadini in Kenya e il successo dell’operazione fece percepire al team la necessità di una piattaforma standard che potesse essere utilizzata anche da altri nel mondo.
Il sito della crisi kenyota è ancora online, potete vederlo qui o cliccando sull’immagine.

Da allora la piattaforma, grazie a donazioni private ricevute tramite il sito (e a quelle di Humanity Unitedqui l’approfondimento), è cresciuta nel suo sviluppo, è diventata anche un App mobile per Android e iOS ed è stata utilizzata in diversi altri casi.

Nel 2008 è stata utilizzata per tracciare le violenze contro gli immigrati in Sud Africa, poi (sempre per tracciare violenze) in Congo Est, in Kenya, in Malawi, Uganda e Zambia.
Nel 2009 per documentare l’assenza di medicinali in diversi paesi africani, per monitorare le elezioni in Messico e India, ma anche da Al Jazeera per raccogliere testimonianze durante i disordini di Gaza.
Nel 2010 fu l’anno dell’uso dopo il terremoto in Haiti e in Cile, le tempeste di neve a Washington D.C. e gli incendi in Russia. Lo scopo principale di Ushahidi è sempre quello dell’inizio: raccogliere informazioni per aiutare i soccorsi, come successe poi nel 2011 per il terremoto in Nuova Zelanda, per le alluvioni in Australia, in Missouri, nel Veneto, in Liguria e per l’emergenza neve nei Balcani e in Italia, pochi giorni fa e argomento di questo posto, nel 2012.

Ma Ushaidi non è solo una piattaforma per documentare tragedie umanitarie, in India è stata usata per mappare la qualità del segnale 3G e degli hotspot Wi-Fi e in Russia come provocazione anti-corruzione (qui l’articolo da Apogeo Online se volete saperne di più).

Speriamo di non dover usare spesso la piattaforma Ushahidi, ma sicuro è che il lavoro del Team, in alcuni casi diventa fondamentale. Per chi vuole rimanere informato sulle loro attività c’è il blog ufficiale (qui).

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Grazie a Alessio Baù e a Pietro Pannone per la segnalazione (via Like di Hagakure).
Foto in apertura © Viva Zoom via Viaggi News.
Foto dell’applicazione mobile di Whiteafrican da Flickr.
Altre immagini dai siti di Emergenza Neve, Anpas e Ushahidi.org.
Fonte per l’uso post 2008 di Ushahidi: Wikipedia.

Da alcune settimane seguo l’avventura di Uribu e sono in contatto con i creatori della piattaforma partecipativa dove documentare e denunciare abusi, ingiustizie, sprechi e malaffare di ogni genere. Un mix tra Wikileaks e Striscia come ha sostenuto qualcuno.

Ne ho scritto qui (continuando il percorso iniziato promuovendo piattaforme come Evasori.info o applicazioni come Tassa.li) convinto che questa sia la strada da percorrere se davvero vogliamo cambiare qualcosa e dimostrarci un paese civile, dove – pretendere che ci sia rilasciato uno scontrino dopo che abbiamo bevuto un caffè o un comportamento civile parcheggiando l’auto – siano la chiave di un successo a favore di tutti.

Uribu è stata creata da 4 ragazzi. Il più “vecchio” ha 23 anni. Andrea (uno dei quattro), ha risposto alla mia intervista grazie a Facebook. E’ davvero importante sapere come la pensano le nuove generazioni.

Perché a dei ragazzi giovani come voi è venuto in mente un progetto come Uribu? Volete forse cambiare il mondo? ☺

Ci è venuto in mente questo progetto perchè crediamo che internet possa essere una risorsa che non si deve ridurre a Facebook o Twitter, ma che può e deve portare benefici a livello sociale. Uribu potrebbe fare la sua parte.

Spesso pare che il senso civico sia qualcosa old style. Ai miei tempi a scuola avevamo “Educazione civica” e ci insegnavano a pagare il biglietto del tram, a cedere il posto alle vecchiette, a non buttare le cartacce e a non parcheggiare sulle strisce. Le insegnano ancora queste cose a scuola?

A scuola almeno alle superiori non insegnano educazione civica, forse perchè nella nostra società ci è rimasto ben poco di civico.

Sei crudo ma fai capire bene come vanno le cose, peccato. Il vostro progetto spinge ad agire: è merito di Wikileaks, della scuola o dell’educazione che avete ricevuto dai vostri genitori?

Probabilmente Wikileaks è stato un buono spunto, i genitori secondo me fanno la loro parte, ma è la cultura che ti fai che ti rende una persona socialmente utile. La scuola è l’ultimo posto dove puoi imparare il comportamento, anche se è triste, è la mia personale opinione.

Voi siete praticamente digital natives: persone cresciute con Internet in casa, smartphone in tasca e Striscia e le Iene in TV, vi hanno in qualche modo influenzato questi aspetti nel vostro progetto?

Con l’era digitale e con la tv le menti di noi giovani sono cambiate forse in bene o forse in male. Sicuramente, parlando per me, tutto questo mi ha aiutato ad aprire la mente e forse anche grazie alla tv spazzatura ho capito quanto sia bello essere indipendenti qui su Internet e scegliere con cura quello che realmente sento di dover conoscere.

Quando avete parlato di Uribu ai vostri coetanei che vi hanno detto? “Fatevi i cazzi vostri” o vi hanno apprezzato e hanno visto in voi dei ‘paladini’? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano davvero le nuove generazioni su progetti di denuncia come il vostro.

Tutti i nostri amici sono dalla nostra parte e questo è importante, ma non fondamentale. Le mie scelte non devono mai essere condizionate da nessuno.

Probabilmente la nostra generazione è frutto della società moderna, sarà veramente una scommessa vedere se anche i nostri coetanei la pensano come noi.

Qual’è il vostro pensiero nei confronti del rispetto della privacy dei cazzoni che parcheggiano il SUV sulle strisce pedonali. Pubblicherete la targa o la oscurerete? Come avete deciso di comportarvi riguardo a questi aspetti?

Sulla gestione della privacy stiamo ancora discutendo. Durante il lancio la categoria “infrazioni stradali” non ci sarà perchè stiamo valutando i rischi che potrebbero portare, vorremmo evitare una chiusura del nostro portale da parte della autorità competenti. Ci sono però altre sorprese, ma non voglio aggiungere altro.

Avete deciso di restare anonimi, almeno fino ad ora, perchè?

Abbiamo deciso di rimanere anonimi soltanto per un fatto personale, non ci piace essere al centro dell’attenzione.

Ottimo, sicuramente rafforzerà il coinvolgimento degli altri.

E ora veniamo all’aspetto meno importante, ho promesso ai miei lettori di chiedervi (se fossi riuscito a contattarvi) da cosa deriva il nome Uribu, potete raccontarcelo? Sapete dal mio articolo (qui) che ho un’opinione, avrò mica indovinato?

In francese la parola civetta è ‘hibou‘, abbiamo così fatto una leggera modifica e abbiamo trovato carino ‘uribu’. E’ semplice da ricordare ed è facilmente pronunciabile, insomma il nome è importante e deve rimanere impresso sicuramente ‘hibou’ non sarebbe stato il massimo.

Andrea, non ho indovinato, “in plURIBU unes” presente nei dollari, era completamente fuori strada!

Grazie dell’intervista e a presto, ma quando?

Sentiamoci, così ti lascio prima dell’uscita un account per fare il beta tester :) [:)]

Fatto! Non vedo l’ora! Grazie ancora.

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[UPDATE] Il sito di Uribu è ora online.

Ogni giorno milioni di persone nel mondo condividono decine di milioni di contenuti attraverso Internet e i social media. Pubblicano post, foto, video, canzoni, notizie, tweet, link. Commentano, ri-condividono e ri-twittano aggiungendo qualcosa in più.

Ma sempre più spesso le persone si trovano a documentare anche cosa accade attorno a loro e a raccontare in rete notizie viste attraverso gli occhi di chi le sta vivendo in quel momento, dall’esplosione di una centrale nucleare all’inquinamento del fiumiciattolo dietro casa.
E’ così che è nato il giornalismo partecipativo, un mondo fatto di micro-notizie e un nuovo modo di fare informazione grazie a Internet e agli smartphone. Un tipo di giornalismo che nasce dal basso, dove l’utente è attivo, si dà da fare, denuncia, fotografa, filma, scrive e dimentica il ruolo di fruitore di informazioni del TG della sera.

Spesso queste notizie arrivano prima ai cittadini rispetto ai media ufficiali. Spesso ovviano alla censura nei paesi meno liberi.
Tutti ricordiamo l’inconsapevole live tweeting da Abbottabad di Sohaib Athar (@ReallyVirtual su Twitter) mentre si stava svolgendo il raid per la cattura di Bin Laden ripreso poi dalle TV di tutto il mondo o il ruolo che hanno avuto i social network nell’informazione libera durante le rivolte in Iran per le elezioni del 2009 (soprattutto grazie a Facebook e YouTube) o nella recente primavera araba (definita da molti la “Twitter revolution”).
Questo enorme flusso di news e di micro-notizie corre però il rischio di diventare immediatamente invisibile, sovrastato e stratificato da continui aggiornamenti a meno che non si segua con tempestività l’hashtag giusto.

Come si può trasformare questa disomogenea fonte di informazioni in un’unica storia da raccontare? Come si può facilmente creare una narrativa raccogliendo tra una miriade di informazioni diffuse quelle più significative? Pensate a quanta fatica sarà costata il copia/incolla raccolto qui da Mike Butcher su Tech Crunch Europe del già citato live tweeting da Abbottabad.

Con questo in mente, Burt Herman ex reporter “classico” presso l’Associated Press, ha dato vita a Storify, un servizio e un tool che permette di raccontare una unica grande storia utilizzando Internet e i social media.
L’autore di ogni storia (utilizzando il servizio esattamente come fa il curatore di una mostra, di una pubblicazione o di una rubrica giornalistica di approfondimento), può raccoglierne le parti attingendo dai contenuti pubblicati nel web, nei blog e nei social media come Twitter, Facebook, YouTube, Instagram, Flickr e pubblicarla nel suo complesso embeddandola nel proprio sito/blog o pubblicandola su Storify.

Guardate come è facile:

Inizialmente il sistema era stato creato ad uso delle testate giornalistiche ed è stato usato in forma di test dal Washington Post, il New York Times, il Wall Street Journal, la BBC, l’Huffington Post e anche da Al Jazeera (che ha creato anche il talk show “The Stream”, basato sul punto di vista dei citizen journalist utilizzando Storify). Dalla fine del 2010 il sistema è stato aperto a chiunque e attorno a Storify si è venuta a creare una community non solo di giornalisti.
Per saperne di più sulla storia e le origini di Storify c’è l’ottimo articolo di Raffaella Menichini su Repubblica.it (qui).

I motivi per utilizzare Storify sono tanti – come gli usi che se ne possono fare – dal giornalismo tout court come  la storia di Colleen Kelly sulle proteste a seguito alle elezioni in Russia (qui) che è in home page in questo momento o quella di Craig Silverman sulle fasi della cattura e della morte di Gheddafi (qui), il mio amico Marco Massarotto per esempio ha raccontato la storia dell’Hotel che frequenta quando va a Roma (qui). Voi come lo userete?

Quello che più mi piace di Storify è come informazioni diffuse – a volte anche personali e pubblicate da persone che non si conoscono – possano incontrarsi per realizzare un progetto partecipativo di storytelling. Ovviamente curato da un autore che sa dove vuole arrivare.

Le mie storie le trovate qui. Il mio primo test, il racconto di una partita di calcio, è qui.

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