Il 2 febbraio 2012, il musicista inglese Graham Coxon – noto sia per i suoi progetti solisti sia per essere il chitarrista dei Blur – ha pubblicato nel canale ufficiale di YouTube (qui) un invito ai suoi fan:
What’ll it take to make you people dance? I want you to be in my new video…
Attraverso un videobrief, ha chiesto ai fan di compiere determinati movimenti, farsi riprendere con qualsiasi mezzo: smartphone, webcam o telecamera e inviare i video realizzati al sito ufficiale (qui). Guardiamo il videobrief per capire meglio:
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I fan hanno immediatamente risposto all’invito e hanno incominciato a uploadare allettati dalla ricompensa: non solo apparire nel video, ma anche essere selezionati da Graham in persona e ricompensate per i loro video in modo speciale con copie autografate del nuovo album A+E e ticket per i concerti del tour.
A fine febbraio è stato pubblicato il video di What’ll It Take, realizzato con i contributi inviati da 85 fan provenienti da 22 diversi paesi e l’abilità del regista Ninian Doff. Ninian dichiara nel suo sito di aver creato un mostro; invece, grazie a un curioso remix di filmati UGC, ha realizzato un videoclip originale, ben confezionato e con una grande dose di freschezza.
E’ arrivato il momento di alzare il volume e cliccare su play!
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What’ll It Take è un’ottimo esempio di progetto partecipativo:
i fan sono coinvolti direttamente dall’artista,
il reward è importante,
l’azione richiesta è a portata di mano e semplice da realizzare,
le istruzioni sono chiare e ben fatte.
i partecipanti sono stati ringraziati: il sito riporta i credits di tutti gli interpreti (qui).
Dal 16 al 18 marzo 2012, si è svolta nelle nelle Piazze di Roma, la permanenza numero 13 del Teatro Valle Occupato: Giovanni Sollima e i 100 Celli del Valle Occupato. Una 3 giorni di musica che ha nel suo DNA la partecipazione, il crowdsourcing e la co-creazione.
Il Teatro Valle Occupato di Roma, oltre alla normale programmazione, ne affida una parte (la permanenza) a diverse personalità artistiche che si alterneranno nella direzione artistica. La numero 13 del Valle Occupato è stata affidata alla cura di Giovanni Sollima, il grande musicista palermitano impegnato nella lotta contro le Mafie, (qui la bio dal sito ufficiale).
L’idea di realizzare un’evento/appello in difesa della cultura in Italia, è cominciato con il coinvolgimento di oltre 100 violoncellisti.
Giovanni ha proposto una tre giorni no-stop di musica, azioni metropolitane, laboratori, prove aperte, interpretate da un gruppo di ben 100 violoncelli raccolti intorno al suo appello nel sito del Teatro.
Se siete fortunati, ora state sentendo suonare nelle Piazze di Roma 100 violoncelli che interpretano canti popolari, alleluja e brani appositamente composti, insieme a solisti e ospiti internazionali.
Guardate cosa succede a Roma nel video da la Repubblica TV, con una grande interpretazione di “Bella ciao” in apertura di servizio.
In un progetto collettivo per definizione è necessario coinvolgere il maggior numero di persone in maniera attiva, ed è quello che ha fatto Sollima a lato delle esibizioni musicali. Sono nati per questo i concorsi Prima Vista e Bioloncello e un grande progetto di videomaking diffuso.
Prima Vista è crowdsourcing allo stato puro: un concorso rivolto a compositori di tutto il mondo per comporre un brano per una formazione di 100 violoncellisti. Poche regole ma molto rigide: il brano deve essere leggibile a prima vista, in maniera chiara e non può durare più di 1 minuto. Il reward? Ogni brano ricevuto verrà eseguito.
Il Bioloncello Contest, un invitoa partecipare alla creazione di un violoncello con materiali di riciclo. Gli strumenti saranno messi in mostra nel foyer del Teatro Valle dove una giuria composta da violoncellisti sceglierà il progetto migliore nelle categorie: il miglior suono, lo strumento più bello e il gran vincitore, il più Bio! Giovani Sollima suonerà gli strumenti vincitori durante il suo concerto del 18.
L’opera cinematografica collettiva. Videomaker e Registi indipendenti, coinvolti nella realizzazione di un progetto video diffuso di documentazione sulla permanenza di Giovanni Sollima. Chiunque può partecipare con la sua videocamera digitale, girando liberamente fino alla fase di backup collettivo di fine evento. L’intenzione è quella di creare un film che documenti l’intero progetto di Giovanni Sollima e i dei 100 Celli del Valle Occupato.
Il programma completo (qui) lo trovate nel sito del Teatro Valle (qui) insieme ad altre informazioni sui progetti in corso e su quello, interessantissimo, di scrittura collaborativa dello Statuto.
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Le immagini sono tratte dal sito del Teatro Valle Occupato, lo screen shot del video da La Repubblica TV.
Tecnicamente Historypin è un archivio online user-generated di foto e documenti storici.
Ma è anche un grande progetto creato per favorire le relazioni inter-generazionali e avvicinare gli anziani all’uso di Internet attraverso un’attività da fare con i giovani.
Memoria, tecnologia, coinvolgimento, condivisione le parole chiave del progetto. Basandosi su precedenti esperienze, l’associazione non profit inglese We Are What We Do (qui trovate l’intero portfolio), ha iniziato questo progetto con la ricerca di un tema di conversazioneconcentrandosi su precisi obiettivi:
To transform the perceived social value of the history of their family, streets, country and world.
To bring neighbourhoods together around local history and help people feel closer to the place they live in.
To get people from different generations talking more, sharing more and coming together more often.
To conserve and open up global archives for everyone to enjoy, learn from and improve.
To create a study resource for schools and universities.
To become the largest global archive of human history.
We Are What We Do ha immaginato Historypin, una sterminata collezione di fotografie (ma anche di video, audio, storie, documenti) da pinnare su Google Maps,referenziandole nello spazio e nel tempo a iniziare dal 1840.
Nel video che segue una overview dell’intero progetto. Dalla scatola delle fotografie del nonno, alla loro condivisione in un sito affascinante.
Grazie alle fotografie visualizzate nelle mappe diHystorypin (qui) – anche sovrapposte a Google Maps con Street View – si possono scoprire la storia di luoghi, momenti e persone. Ognuno può creare il proprio viaggio nel tempoe nello spazio, basta inserire il luogo e una data dal 1840 a oggi.
Ma ci sono anche i Tour guidati come quello sulla Beatlemania (qui).
Ognuno è libero di aggiungere le proprie fotografie e partecipare, ma anche oltre 100 istituzioni tra musei, gallerie, archivi e biblioteche hanno messo a disposizione le loro collezioni. Segno che l’invito a partecipare in quello che gli autori vorrebbero diventasse “il più grande archivio globale della storia umana”, non è più solo nelle mani dei singoli utenti.
Se volete imparare ogni cosa di Historypin e magari coinvolgere un immigrato digitale in questa iniziativa, potete fare riferimento ai 16 video tutorial “How to” presenti nel Canale YouTube di Historypin(qui).
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La foto in apertura è di Amit Sha’al. Premiato nel 2011 con il terzo premio, categoria Arts and Entertainment, World Press Photo Contest.
Le altre immagini sono tratte dal sito Historypin.
Dopo oltre due anni di lavoro, nell’agosto del 2010 è stato reso disponibile in Internet Star Wars Uncut, uno dei più ambiziosi progetti indipendenti di crowdsourcing e user generated contents: ricreare l‘episodio IV di Guerre Stellari (quello che per quelli della mia età è il primo della serie), totalmente reinterpretato dagli utenti.
Guardatevi il trailer.
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Nel 2009, Casey Pugh (che si definisce un technologistioner – qui il suo sito), ha avuto un’idea: invitare i fan del film a ricreare l’intero episodio IV di Guerre Stellari 15 secondi la volta. Per farlo ha usato il sito Star Wars Uncut (qui) nel quale ha suddiviso il film in 473 scene, ognuna della quale poteva essere interpretata a piacere da chiunque e con la tecnica preferita. Nel sito si legge:
You can re-create your scene however you want, be it live action, stop motion, flipbooks, action figures… animated ASCII art, whatever. The more creative, the better”.
Migliaia di fan hanno aderito e la prima versione del film, oltre a essere stato recensito, stra-pubblicato nel web e presentato a diverse confewrenze, ha vinto nel 2010 un Emmy nella categoria Outstanding Creative Achievement In Interactive Media e nel 2011 il team di Casey (qui) è stato invitato anche al SXSW (qui la conferenza).
Il film nella versione integrale, il “director’s cut”, quella realizzata – come sostiene Casey Pugh – per non piacere alle masse è qui a seguire. Pubblicato il 18 febbraio 2012 ha già ora quasi 4 milioni di views.
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Empire uncut: la saga continua.
A metà del 2012 la macchina di Star Wars Uncut e della sua community si è rimessa in moto con l’obiettivo di ricreare il quinto epidodio della saga: The empire strikes back.
Ad oggi (settembre 2013) tutte le 480 scene sono state prenotate e tra breve ogni spezzone del film sarà stato rigirato dai fan. In attesa del montaggio finale godiamoci il teaser, ancora una volta sorprendente e sempre più scoppiettante. Anche in termini di produzione.
Amazon Mechanical Turk (MTurk) è un internet marketplace, un sito collaborativo dotato di un’interfaccia programmabile, che permette agli sviluppatori di incorporare l’intelligenza umana nelle loro applicazioni. Queste operazioni vengono affidate in crowdsourcing alle persone iscritte alla piattaforma dietro compenso.
Il lato umano che si nasconde dietro la macchina.
Amazon Mechanical Turk (qui) è stato creato da Amazon a uso degli sviluppatori dell’omonimo sito di commercio elettronico per risolvere quesiti che non possono essere affidati a un computer e necessitano dell’intelligenza umana.
Questi task sono definitiHITs (human intelligence task) e nella piattaforma ce ne sono centinaia di migliaia.
Qualche esempio: qual’è la miglior foto tra le 5 proposte per presentare un prodotto? Chi sono i musicisti che suonano in un dato CD? Qual’è la migliore categoria per un dato item?
E’ ovvio che una macchina, non può decidere cos’è la bellezza ma nemmeno la definizione più giusta o riconoscere l’esecutore di un assolo di chitarra. E’ a questo punto che intervengono le persone iscritte alla community che sono chiamate Workers (ma Providers nei termini di servizio) e la loro intelligenza. Chi chiede il loro intervento sono i Requester; all’inizio erano gli sviluppatori di Amazon, poi la piattaforma è stata aperta anche all’esterno. Ogni azione accettata dai Requester viene ricompensata, da pochi centesimi – per le operazioni più semplici e che necessitano di minor tempo – ad alcuni dollari per quelle più complesse.
L’elenco dei 387,388 task ad oggi e il valore di ogni singola azione li trovate qui. Se volete invece scoprire tutto quello che la piattaforma può fare per voi, lo trovate qui.
Ma da cosa nasce il nome Amazon Mechanical Turk?
Nasce da Il Turco, un automa creato da Wolfgang von Kempelen nel 1769 e che teoricamente avrebbe dovuto simulare un giocatore di scacchi. In realtà si trattava di un imbroglio colossale perchè era solo un automa manovrato al suo interno da un giocatore umano tramite dei magneti. Maria Teresa d’Austria, ma anche Napoleone ed Edgar Allan Poe, ne furono affascinati. E ingannati!
Se volete conoscere tutto su Il Turco andate su Wikipedia (qui).
Mai nome di piattaforma fu più giusto. Soprattutto se si parla di lato umano al servizio dei sistemi informatici!
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Il crowdsourcing marketplace al servizio della creatività di Aaron Koblin.
Aaron Koblin (qui il suo sito) è il creativo che ha realizzato insieme a Chris Milk il video interattivo degli Arcade Fire The Wilderness Downtown per dimostrare le potenzialità dell’html5 (qui), ma anche il progetto-tributo dedicato a Johnny Cash di Ain’t No Grave (qui).
Aaron è sicuramente uno dei più grandi digital media artist al mondo e una persona che sa usare i media digitali e Internet per creare grandi opere d’arte. Se volete sapere di più su di lui, oltre al suo sito, c’è sempre Wikipedia (qui).
Aaron ha utilizzato a scopo creativo le risorse di Amazon Mechanical Turk molte volte. Qui c’è un esempio di uno dei primi esperimenti.
La particolarità di questi progetti è la frammentazione dell’intervento richiesto. Rispettando in pieno la filosofia del crowdsourcing, l’intero lavoro viene suddiviso in piccole parti. Solo alla fine, tutti questi frammenti, completeranno l’opera finalee chi ha partecipato avrà visione di ciò che ha contribuito a realizzare.
A volte Aaron ha dichiarato l’intento sin dall’inizio (come nel caso di Ain’t No Grave (qui), altre volte, come nei due casi a seguire, solo a opera terminata.
Nel 2006 ha utilizzato la piattaforma di Amazon per realizzareThe Sheep Market (qui il sito), quando ha chiesto ai workers della piattaforma di Amazon di disegnare 10.000 pecore“facing to the left” pagando 0.02 $ per ogni disegno per realizzare la sua opera digitale. E’ curioso che solo due dei workers abbiano chiesto a cosa servivano i loro disegni.
Altri materiali su questo progetto, compreso un video dell’installazione, li trovate qui
Nel 2009 ha coinvolto i membri del marketplace per realizzareBicycle built for two thousand.
Ma prima di vedere il video che spiega l’operazione/opera d’arte, conosciamo la fonte di ispirazione e una curiosità.
Daisy Bell(Bicycle Built for Two) è una composizione musicale di Harry Dacre composta nel lontano 1892. Ma è anche la prima canzone cantata da un computer.
Nel 1961, l’IBM 7094 divenne il primo computer cantante porprio grazie a questa canzone. I vocals furono programmati da John Kelly e Carol Lockbaum mentre l’accompagnamento fu programmato da Max Mathews.
Ecco la versione originale:
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In una scena di Odissea nello spazio (sicuramente un’omaggio all’IBM 7094), quando HAL 9000 incomincia a ribellarsi, lo fa canticchiando Daisy Bell:
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Forse a partire da tutto questo, Aaron Koblin (con Daniel Massey) ha realizzato nel 2009 Bicycle built for two thousand, un esperimento di crowdsourcing che ha coinvolto 2.088 voci registrate via Amazon’s Mechanical Turk. Nel video che segue la spiegazione di tutto il progetto e la sua meccanica:
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Gli interpreti, come capita spesso nelle opere di Aaron, non conoscevano l’uso delle loro interpretazioni. Ancora un esempio di opera d’arte collettiva ma senza la consapevolezza a priori degli interpreti, come è nei remix di Kutiman (su Partecipactive ne ho parlato qui). Ancora un esempio di come sia impossibile, senza un grande regista, creare grandi progetti corali.
Nel sito di Bicycle built for two thousand (qui) potete giocare con la canzone, sia nella versione umana, sia con quella del computer.
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Le immagini sono tratte da Wikipedia e dai siti citati nell’articolo.